Tuesday, December 06, 2011

Vagabondi del Dharma. Per sempre

- perché il cielo è blu?

- perché il cielo è blu

- voglio sapere perché il cielo è blu

- il cielo è blu perché tu vuoi sapere perché il cielo è blu
Dharma Bums, J.K.

Riprendere in mano libri letti 30 o più anni fa è cosa bella. Provoca sentimenti bizzarri. Rileggere Jack Kerouac, che per la mia vita fu devastatante tanto quanto un disco di Bob Dylan nel senso che mi diede la struttura e l'apertura necessarie con cui affrontare la vita, conferma che anche nelle letture, come con le canzoni, non ci si finisce per caso, ma si è destinati ad andarci a sbattere. Trenta e più anni dopo posso dire che Truman Capote aveva abbastanza ragione, ad esempio: Kerouac non era un grande scrittore. In italiano poi perde parecchio: ne ho letti un paio, di suoi libri, in inglese, è il risultato è molto diverso, è senz'altro più affascinante per la musicalità intrinseca in quella lingua. Rileggere oggi The Dharma Bums - I vagabondi del Dharma, trovo una prosa fastidiosamente spontanea, senza alcuna cura nel linguaggio, come ascoltare qualcuno che ti parla a raffica davanti agli occhi. Ma questo era il Kerouac del flusso di coscienza: non gliene fregava un tubo della forma, perché aveva cose da raccontare. E quelle cose affascinano ancora oggi.

Rileggere oggi I vagabondi del Dharma, trovo angolature e sentimenti che ai tempi non avevo percepito. In quella lotta continua, tra desiderio di pace cosmica e fuga dai vizi e dagli eccessi e il continuo ricadere nel vizio, c'è tutta la realtà dell'uomo e ciò che avrebbe portato Kerouac a morire così malamente. Non solo l'alcolismo, effetto della morte stessa, ma il dolore di non riuscire ad accettare la realtà nonostante lo sforzo di adeguarsi ad essa. E un continuo duello, quello che fa lo scrittore in queste pagine, tra la percezione di un infinito buono a cui affidarsi ricercato nell'annullamento zen di una sbornia mistica e la impossibilità di essere fedeli a questo desiderio. Tutto è vano e corrutibile, nulla è fedele a quanto ci era apparso essere. Una umanità, quella di Kerouac, così immensamente vera e realista, che per forza di cose doveva soccombere a se stessa.

Poi a un tratto ebbi il più terribile impeto di pietà per gli esseri umani, quali che fossero, le loro facce, le bocche dolenti, caratteri, tentativi di essere gai, piccole impertinenze, il sentirsi perduti, le loro cupe e vuote spiritosaggini così presto dimenticate: Oh, a che scopo? Sapevo che il suono del silenzio era dovunque e perciò tutto dovunque era silenzioso. E se dovessimo svegliarci all'improvviso e vedere che quel che credevamo questo e quello, non è per niente né questo né quello? Salii barcollando la collina, salutato dagli uccelli e guardai tutte quelle figure raggomitolate assopite sul pavimento. Chi erano tutti quegli strani fantasmi abbarbicati insieme a me alla breve sciocca avventura terrena? E io chi ero?

Ma ci sono pagine, la prima metà, ancora così straordinariamente intense e meravigliosamente ispirative. La descrizione della scalata delle montagne californiane ti fa essere realmente lì, con i pazzi santi boddisatva che insieme a lui sfidano le altezze per inebriarsi della bellezza: ogni sassolino, ogni filo d'erba, ogni panorama e ogni orizzonte si schiude davanti a te che leggi con un realismo e una vividezza che ammutolisce. Ricordo quando, dopo aver letto questo libro la prima volta, credo adi aver avuto 16 o 17 anni, con alcuni amici andammo a passare delle giornate nel casolare antichissimo della famiglia di uno di essi, sui monti dell'entroterra della mia città di mare. Un giorno decidemmo di scalare una montagna lì vicino (che non era il Matterhorn Peak nella Sierra Nevada che scalavano Kerouac e i suoi amici, ma molto più conforme a noi si chiamava Monte Porcile...). Ricordo ogni istante di quella giornata ancora oggi: l'aria purificata dalla brezza montana, l'immensa distesa di erba verde luccicante, la mandria di cavalli selvaggi incontrati a metà salita a cui demmo da mangiare dele fette di salame, la vetta e il panorma stordente da lassù da cui si poteva vedere in fondo distendersi il mare blu, la discesa correndo a perdifiato finendo in un bosco fitto e per puro caso alle fonti di un'acqua minerale che manco sapevamo fosse lì.

Matterhorn Peak

Pura bellezza zen cosmica e totale che ha nutrito la mia anima e il mio cuore a tutt'oggi ("Non si può cadere da una montagna" è il proverbio zen che bisognerebbe stamparsi in mente, come lo coniò Kerouac da quelle vette)e che tutt'oggi mi permette di sopravvivere nella decadenza che ogni giorno si impossessa sempre più di me, del mio corpo e della mia mente. E senza questo libro, non avrei mai gustato quei momenti di totale infinito che vissi quel giorno e che porto ancora con me, a cui affidarsi per non impazzire nell'oggi. Perciò, siamo vagabondi del Dharma ancora oggi. Per sempre. Da qualche parte, un giorno salirò di nuovo su quella montanga, e allora la mia corsa stanca sarà finita per sempre. Non si può cadere da una montagna. Fino ad allora, siamo vagabondi del Dharma.

Nel profumo etereo, misteriosamente antico, vidi che la mia vita era una immensa luminosa pagina bianca e che potevo fare qualsiasi cosa volessi

7 comments:

Bartolo Federico said...

Non riesco neppure ad immaginare un momdo senza Jack.Buon natale vites.

Paolo Vites said...

hai ragione non si può immaginare un mondo senza jack, buon natale a te (ps: bel blog il tuo lo metto nella mia lista così mi ricordo di visitarlo)

Bartolo Federico said...

Grazie di cuore Paolo.Continua a prendere tutte le deviazioni possibili.Abbiamo ancora troppa strada davanti.

jesus's inferno said...

bello..

mario said...

Grandissimo Paolo. Io sto rileggendo Big Sur (acquistato per Ipad a meno di 4 euro!).

E'bello rileggere adesso i libri di formazione per trovarci molto di quello che sei ancora, essendo stato.

Per me è come con la musica di Claudio Rocchi.

p.s. A proposito di proverbi zen il mio è legato al lbro di Watts:
"sedendo quietamente senza far nulla / viene primavera e l'erba cresce da sè"

Paolo Vites said...

un bellissimo haiku, mario grazie per essere passato di qua (vedo che ti piace rilke, adoro...)

Fausto Leali said...

"Non siamo viandanti verso l'abisso, verso il silenzio del nulla o della morte. Siamo pellegrini verso di Lui, che é la nostra meta e la nostra origine"
(Benedetto XVI)