Wednesday, February 20, 2013

Let love in

"Alla fine, cosa ne sappiamo della morte, e chi in realtà se ne frega?"

Al momento, la cosa che mi piace di più del nuovo disco di Nick Cave è la copertina. Sono io che ho lasciato la musica o è la musica che ha lasciato me? come NON diceva il grande TS Eliot. Ma lo dico io, in questo momento di aridità che mi ha assalito insieme a un raffreddore cosmico. Non è brutto il nuovo disco di Nick Cave, anzi è sicuramente la cosa migliore che ha fatto dai tempi di No more shall we part, come dice bene questa recensione di chi evidentemente riesce ancora a trovare stimoli nella musica.

Mi piace però Higgs Boson Blues perché è On the Beach, il pezzo capolavoro di Neil Young nota per nota, anche la chitarra ha lo stesso registro sonico di quella e gli stessi accordi. Mi piace Jubilee Street perché riporta in musica le atmosfere di quel bellissimo libro che fu Bunny Munro, libro che quasi nessuno ha capito. Ma mi piace la copertina: mi piace quella luce abbagliante che vuole cancellare la fisicità degli oggetti e delle persone, tranne Cave che sta un po’ lì nella sua configurazione classica, un po’ Lucifero che ti invita al peccato, un po’ Angelo salvatore che ti indica la strada verso la salvezza. E il corpo di lei, la moglie di Cave, nudo che si vergogna, quasi un’anima che ha lasciato il corpo morto e che non ha il coraggio di trovare una via d’uscita. Così, così questa luce abbagliante che vorrei cancellasse tutta la realtà come la conosciamo noi, in attesa che le nuove canzoni di Nick Cave riescano a sorprendermi, ho ripensato a quelle volte che l’ho visto in concerto.

La prima volta fu nella primavera del 1998, era da poco uscito The Boatman’s Call, il suo disco che io reputo il più bello di tutti e che finalmente aveva spalancato il mio mondo a quello di Nick Cave, dopo che mi ero sempre tenuto a debita distanza da lui. Suonava al Rolling Stone di Milano, ricordo l’eccitazione che si respirava fuori del locale, un’ansia come solo i grandi eventi che segnano la storia della musica sanno comunicare. E poi dentro, lui che mi tolse il fiato e mi lasciò a spargere sangue per tutto il concerto, sorta di Jim Morrison resuscitato. Pauroso, devastante, ma soprattutto epico, con la miglior formazione possibile dei Bad Seeds, a intonare un duetto con Blixa Bargeld che prendeva il posto di Kylie Minogue in una sorta di dichiarazione di amore maschio fra i due.



La seconda volta fu al Palalido, credo che fosse il tour di No more shall we part (o forse Nocturama?), ma il luogo e l’acustica erano così di merda che non ricordo praticamente nulla di quel concerto. O ero io che ero lì ma in realtà non ero presente.

Vennero poi i concerti annunciati come Nick Cave solo, ma non lo era, solo, ma in formazione ridotta, come quello di Modena dove per tutta la serata un tizio nelle prime file chiedeva a Cave di cantare non so quale pezzo. Senza perdere un grammo di carisma, Cave a un certo punto si avvicinò al bordo del palco e volle parlare con il tizio. Come ti chiami? Antonio. Per il resto della sera un divertito Cave continuò a dedicare pezzi ad “Antonio”. L’apoteosi fu in un teatro solitamente dedito alla musica classica di Milano, dove l’intensità sovrannaturale di Cave si produsse in una serata di pazzia e magia purissime. The mercy seat fu talmente potente, che davvero ti sentivi in una camera mortuaria a guardare i cadaveri di tutti quelli che sono morti ingiustamente - perché la morte è sempre ingiusta - e la tentazione fu quella di scappare a gambe levate da quel posto. E dove dimostrò che si può fare un concerto rock senza avere una chitarra elettrica sul palco.

Per il tour di Abbatoir Blues si esibì all’Alcatraz, con una formazione sontuosa, con tanto di coriste. E fu eccezionale. Come sempre il climax arriva con Staggerlee, dove un sapiente gioco di luci proietta l’ombra di Cave sui muri del locale a dare l’impressione della titanica lotta fra demonio e angelo salvatore. Che poi è lui, tutte e due. Durante una formidabile God is in the house, trascinata in dolorosa solitudine per tutta l’esecuzione, nel momento in cui il cantante sussurra senza sosta “alleluia” qualcuno da in mezzo al pubblico gli gridò qualcosa. Lui, seppur preso dalla sua interpretazione, scoppiò a ridere. Pochi hanno mai capito quanta ironia ci sia nelle esibizioni – e nelle canzoni – di questo genio.

Ma il concerto più travolgente che gli vidi fare fu nel luglio 2009 a Torino, un concerto gratuito. Pensavo che le migliaia di persone mi avrebbero distratto, invece mi buttai nelle prime file per una buona metà abbondante dello show e fui trascinato dall’inferno al paradiso. La violenza che un concerto dei Bad Seeds sa esprimere fa impallidire qualunque Sex Pistols. Infatti dovetti allontanarmi dopo un po’, e così gli altri che erano con me. Erano sparsi qua e là nel grande prato, in estasi, da soli, seduti a contemplare la mano di Dio che disegnava ardite acrobazie dal palcoscenico al cielo. Inclusa la luna piena a cui Cave dedicò Love Letter, “that big fucking yellow moon”.



Pochi mesi dopo mi ritrovai al teatro Dal Verme di Milano, seduto in seconda fila a tre, quattro metri da lui, che portava in scena la morte di Bunny Munro. Fu doloroso e affascinante, vederlo muoversi ancora una volta come il re lucertola a pochi passi da me. Sei tu quella che ho aspettato fino a oggi? No, ma quella sera ogni cosa si era compiuta. Non me ne andai in pace, me ne andai piegato in due dal peso del mio dolore. Avevo capito però una cosa: "Alla fine, cosa ne sappiamo della morte, e chi in realtà se ne frega?".

(Per Claudia)

1 comment:

Gabriele Gatto said...

Cazzo, sì, quel concerto a Torino fu deflagrante ed epifanico. Uno dei concerti più belli della mia vita, con una Papa won't leave you, Henry che ricorderò tutta la vita.

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