"Se fossi diventato famoso come Springsteen sarei sicuramente morto, ma se Springsteen non fosse diventato famoso sarebbe morto lui"
Quarant'anni fa circa un ragazzo del New Jersey esordiva nel bel mondo del rock'n'roll. Erano anni quelli, i primi settanta, dove la mancanza di un disco significativo da parte di Bob Dylan, la cui ombra continuava a proiettarsi su tutta la musica rock nonostante fossero emerse dozzine di nuove talentuose star, si faceva sentire in modo lancinante. Di fatto Bob Dylan era dai tempi di "Blonde on Blonde", 1966, che non faceva un disco degno del suo nome, a parte "John Wesley Harding", e anche quello era uscito nei primi giorni del gennaio 1968. Troppo.
Quando questo ragazzo del New Jersey, dai lunghi capelli biondi e il viso angelico pubblicò il suo esordio (era il 1973) intitolato "Aquashow" ci furono lodi sperticate da parte della stampa che contava: eccolo, abbiamo trovato il nuovo Dylan che tanto ci mancava. L'allora famoso critico di Rolling Stone, Paul Nelson, recensendo questo disco, lo etichettava come "the Best Dylan since 1968". Quell'etichetta fu una maledizione, più che una benedizione.
In realtà Elliott Murphy, questo il nome di quel ragazzo, aveva una cifra artistica tutta sua, che ancora oggi si fa fatica a identificare. La presenza in quel disco di un brano intitolato Like a Great Gatsby (che nell'edizione americana, per evitare problemi di copyright fu intitolata Like a Crystal Microphone) avrebbe dovuto fornire qualche indizio. Elliott Murphy infatti era - ed è - uno dei più letterati autori rock di sempre, che riusciva nell'ambiziosa operazione di far suonare F. S. Fitzgerald come una rock star.
Quarant'anni dopo, quel ragazzo oggi 65enne, ha deciso di riprendere in mano quel disco per "decostruirlo". Lo ha infatti reinciso dandogli sfumature e profondità inedite, in una operazione che non è per nulla nostalgica, ma ricca di emozione e significati come lo era quarant'anni fa. Il risultato, "Aquashow Deconstructed" pubblicato dalla coraggiosa etichetta italiana Route 66 e che sarà in vendita il prossimo 9 marzo, è straordinariamente affascinante. Abbiamo parlato con Elliott Murphy per indagare quel mistero ancora aperto di quarant'anni fa e il suo significato attuale.
Il tuo disco "Aquashow" venne pubblicato in un anno particolare, il 1973, che per molti segna anche la fine dell'epoca d'oro della musica rock. Critici musicali come Lester Bangs dicevano infatti già allora che questa musica era stata uccisa dall'industria, che aveva perso la sua innocenza.
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Tuesday, March 03, 2015
Saturday, February 28, 2015
Shadows in the night
Adesso la mattina scelgo: o mi faccio la barba o mi faccio la doccia. Tutte e due è troppo faticoso, troppo pesante. Spesso poi non faccio nessuna delle due cose. Il caffè, le pillole e poi esco. Ogni cosa è diventata una routine insopportabile. Timbrare il biglietto, salire sul vagone della metro, prendere un cappuccino al bar. Gesti fatti milioni di miliardi di volte sempre identici. I capuccini in qualunque bar fanno sempre più schifo. La tazza sa di sapone da lavapiatti, le miscele sono sempre più orride. La sigaretta, le persone da scansare sul marciapiede.
Eppure ogni mattina quando esco di casa ti vengo a cercare. A volte non mi riesce, rimango stordito e inebetito nel ripetersi di gesti sempre uguali. A volte mi sembra di vederti, dietro l’angolo, nella luce fioca di un lampione.
Ricordo benissimo il primo giorno che ti ho incontrato e visto in faccia. Un pomeriggio mite di ottobre, io ragazzino in mezzo a cento ragazzini, sui gradini del piazzale davanti a una chiesa. Poi nel bosco, a inseguirsi e inseguirti. La felicità. Mi sentivo nella casa dove non ero mai stato.
Ti ho perso da qualche parte. Ogni giorno mi chiedo se sono io che ti ho lasciato andare o sei tu che mi hai lasciato. La legge è diventata il mio io fino a farmi perdere i tratti del mio volto.
Nessun essere umano per sua natura è in grado di sostenere la verità. I rapporti a qualunque livello si basano su menzogne, compromessi, cose non dette nella loro interezza
Faccio cose strane, anche brutte, perfino disgustose per sfuggire alla legge e alle regole della sopravvivenza. Questo orrore impossibile da affrontare poi lo ricaccio subito nell’ombra. Diventato anonimo questo senso di colpa si riflette su tutto il mio comportamento. La folla che mi circonda fa lo stesso. Ci riconosciamo colpevoli di tutto cioè di niente. Tutti torturati da un senso morboso di indegnità, un senso di colpa generalizzato. E rinunciamo alla vita.
Vorrei reincontrarti di nuovo. Sentirti dire quello che dicevi: “Tutte queste miserie provano la sua grandezza. Sono miserie da gran signore”.
Eppure ogni mattina quando esco di casa ti vengo a cercare. A volte non mi riesce, rimango stordito e inebetito nel ripetersi di gesti sempre uguali. A volte mi sembra di vederti, dietro l’angolo, nella luce fioca di un lampione.
Ricordo benissimo il primo giorno che ti ho incontrato e visto in faccia. Un pomeriggio mite di ottobre, io ragazzino in mezzo a cento ragazzini, sui gradini del piazzale davanti a una chiesa. Poi nel bosco, a inseguirsi e inseguirti. La felicità. Mi sentivo nella casa dove non ero mai stato.
Ti ho perso da qualche parte. Ogni giorno mi chiedo se sono io che ti ho lasciato andare o sei tu che mi hai lasciato. La legge è diventata il mio io fino a farmi perdere i tratti del mio volto.
Nessun essere umano per sua natura è in grado di sostenere la verità. I rapporti a qualunque livello si basano su menzogne, compromessi, cose non dette nella loro interezza
Faccio cose strane, anche brutte, perfino disgustose per sfuggire alla legge e alle regole della sopravvivenza. Questo orrore impossibile da affrontare poi lo ricaccio subito nell’ombra. Diventato anonimo questo senso di colpa si riflette su tutto il mio comportamento. La folla che mi circonda fa lo stesso. Ci riconosciamo colpevoli di tutto cioè di niente. Tutti torturati da un senso morboso di indegnità, un senso di colpa generalizzato. E rinunciamo alla vita.
Vorrei reincontrarti di nuovo. Sentirti dire quello che dicevi: “Tutte queste miserie provano la sua grandezza. Sono miserie da gran signore”.
Friday, January 30, 2015
Happy Birthday Mister Frank
"Happy birthday, Mister Frank". Non erano in molti quelli che potevano permettersi di rivolgersi a lui chiamandolo semplicemente Frank. Facendo così, al termine della sua esibizione durante la serata dedicata agli 80 anni di Frank Sinatra, Bob Dylan dimostrava ancora una volta la sua sfrontatezza e la sua audacia, caratteristiche che lo avevano sempre caratterizzato nel corso della sua carriera, esattamente come avevano accompagnato quella di Sinatra. E poi Dylan quella sera, così dicono le leggende, era stato invitato a esibirsi personalmente da lui, da Ol' Blue Eyes.
Dylan in cambio dell'onore aveva dato vita a una delle sue più intense e commoventi esibizioni di sempre, scegliendo un suo brano oscuro e dimenticato da tutti, pieno di mestizia, risentimento e malinconia, la canzone Restless Farewell incisa originariamente nel 1964, quando la distanza tra i due non poteva essere più macroscopica. Il folksinger della nuova sinistra e della nuova America kennedyana uno, il simbolo di un'America superata dai tempi e dalle circostanze storiche l'altro, quella della buona borghesia, dei guardiani del mondo libero, del boom economico dove ognuno può farcela.
Restless Farewell, ma pochi se ne accorsero quella sera con l'unica eccezione probabilmente dello stesso Sinatra, era la versione dylaniana di My Way, scritta anni prima che Sinatra incidesse la sua dichiarazione di vita, il suo manifesto. Dylan cantava la stessa dichiarazione di indipendenza e così facendo chiariva perché i due più grandi artisti americani del novecento, insieme a Elvis naturalmente, erano sulla stessa strada: "Un falso orologio prova a sputare fuori il mio tempo, per disgrazia, distrarmi e preoccuparmi, la sporcizia del pettegolezzo mi soffia in faccia, ma se la freccia è dritta e il bersaglio è scivoloso, può penetrare nella povere non importa quanto essa sia spessa, quindi rimarrò fedele a me stesso, rimango quello che sono e dico addio e non me ne frega niente". Esattamente come Sinatra diceva in My Way: "Ho programmato ogni percorso, ho fatto attenzione a ogni passo e molto, molto più di questo, l'ho fatto a modo mio".
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Dylan in cambio dell'onore aveva dato vita a una delle sue più intense e commoventi esibizioni di sempre, scegliendo un suo brano oscuro e dimenticato da tutti, pieno di mestizia, risentimento e malinconia, la canzone Restless Farewell incisa originariamente nel 1964, quando la distanza tra i due non poteva essere più macroscopica. Il folksinger della nuova sinistra e della nuova America kennedyana uno, il simbolo di un'America superata dai tempi e dalle circostanze storiche l'altro, quella della buona borghesia, dei guardiani del mondo libero, del boom economico dove ognuno può farcela.
Restless Farewell, ma pochi se ne accorsero quella sera con l'unica eccezione probabilmente dello stesso Sinatra, era la versione dylaniana di My Way, scritta anni prima che Sinatra incidesse la sua dichiarazione di vita, il suo manifesto. Dylan cantava la stessa dichiarazione di indipendenza e così facendo chiariva perché i due più grandi artisti americani del novecento, insieme a Elvis naturalmente, erano sulla stessa strada: "Un falso orologio prova a sputare fuori il mio tempo, per disgrazia, distrarmi e preoccuparmi, la sporcizia del pettegolezzo mi soffia in faccia, ma se la freccia è dritta e il bersaglio è scivoloso, può penetrare nella povere non importa quanto essa sia spessa, quindi rimarrò fedele a me stesso, rimango quello che sono e dico addio e non me ne frega niente". Esattamente come Sinatra diceva in My Way: "Ho programmato ogni percorso, ho fatto attenzione a ogni passo e molto, molto più di questo, l'ho fatto a modo mio".
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Tuesday, January 27, 2015
Perché non lo facciamo per la strada?
Raramente mi sono divertito tanto a leggere un libro di musica. No, non è l'ennesima enciclopedia o storia del rock. E' un libro che dovrebbe essere adottato nelle scuole, distribuito nelle biblioteche di tutta Italia per far capire ai giovani e giovanissimi cosa voleva dire crescere con il sogno della musica. A quei giovani persi in un oceano digitale e liquido, dove la musica è diventata impalpabile, frammentata, buttata come un sacchetto di spazzatura ai bordi della strada, dove ognuno raccoglie qualcosa e se lo porta via senza sapere di cosa si tratta.
Blue Bottazzi, che non ha bisogno di presentazioni, racconta la sua storia e insieme a quella la storia di una generazione e di un paese intero. Quando comprare dischi aveva una valenza culturale, politica, sociale, e soprattutto umana: quel desiderio di ignoto e di bellezza che accomuna tutti gli uomini si identificava in quegli oggetti rotondi e misteriosi.
Ci sono capitoli entusiasmanti, ad esempio quello sulle cassettine dove viene descritto l'uso che se ne faceva e anche le marche che ai tempi si usavamo, dalle mitiche Tdk ai nastri al cromo, quelli per veri amanti dell'alta fedeltà. Blue spiega con dovizia di particolari come si registravano: una C60 era perfetta per l'album intero, sulla C90 si mettevano due dischi, si scriveva con cura e con colori diversi i titoli e il genere musicale. E poi le compilation a tema naturalmente. Erano archivi in attesa di avere i soldi abbastanza per comprare il disco vero e proprio: prima si ascoltava il nastro registrato e se il disco ci piaceva abbastanza allora si comprava il vinile.
Il vinile, già: un capitolo tratta delle copertine, come ogni casa discografica (l'Island, la Chrysalis etc) trattava graficamente le copertine e anche il logo stesso, spiegando qual era stata l'ispirazione dietro al marchio. Inutile dire che anche dei vecchi navigati come il sottoscritto scoprono tante cose ignorate.
Bellissimo il capitolo sui concerti, quelli dei primi anni 70, dove si rivive quell'atmosfera romantica e avventurosa. Ma Blue sa anche dire e spiegare le emozioni che si provano in quei momenti.
Gli anni 70 vengono sviscerati nei generi musicali, nelle classifiche, e poi gli album doppi: fu davvero la golden age della musica rock, molto più degli anni 60.
Ogni capitolo termina con una top ten consigliata a seconda dell'argomento.
Questo libro è una goduria, un gran divertimento, come quando si racconta dell'avvento del cd: c'erano sprovveduti che giravano il dischetto per mettere il lato B…
Regalatelo ai vostri figli che sappiano quello che si sono persi, regalatelo a voi stessi per rivivere quei giorni meravigliosi quando tutto sembrava possibile.
Perché non lo facciamo per la strada?
di Blue Bottazzi, 252 pagine, 15 euro
Blue Bottazzi, che non ha bisogno di presentazioni, racconta la sua storia e insieme a quella la storia di una generazione e di un paese intero. Quando comprare dischi aveva una valenza culturale, politica, sociale, e soprattutto umana: quel desiderio di ignoto e di bellezza che accomuna tutti gli uomini si identificava in quegli oggetti rotondi e misteriosi.
Ci sono capitoli entusiasmanti, ad esempio quello sulle cassettine dove viene descritto l'uso che se ne faceva e anche le marche che ai tempi si usavamo, dalle mitiche Tdk ai nastri al cromo, quelli per veri amanti dell'alta fedeltà. Blue spiega con dovizia di particolari come si registravano: una C60 era perfetta per l'album intero, sulla C90 si mettevano due dischi, si scriveva con cura e con colori diversi i titoli e il genere musicale. E poi le compilation a tema naturalmente. Erano archivi in attesa di avere i soldi abbastanza per comprare il disco vero e proprio: prima si ascoltava il nastro registrato e se il disco ci piaceva abbastanza allora si comprava il vinile.
Il vinile, già: un capitolo tratta delle copertine, come ogni casa discografica (l'Island, la Chrysalis etc) trattava graficamente le copertine e anche il logo stesso, spiegando qual era stata l'ispirazione dietro al marchio. Inutile dire che anche dei vecchi navigati come il sottoscritto scoprono tante cose ignorate.
Bellissimo il capitolo sui concerti, quelli dei primi anni 70, dove si rivive quell'atmosfera romantica e avventurosa. Ma Blue sa anche dire e spiegare le emozioni che si provano in quei momenti.
Gli anni 70 vengono sviscerati nei generi musicali, nelle classifiche, e poi gli album doppi: fu davvero la golden age della musica rock, molto più degli anni 60.
Ogni capitolo termina con una top ten consigliata a seconda dell'argomento.
Questo libro è una goduria, un gran divertimento, come quando si racconta dell'avvento del cd: c'erano sprovveduti che giravano il dischetto per mettere il lato B…
Regalatelo ai vostri figli che sappiano quello che si sono persi, regalatelo a voi stessi per rivivere quei giorni meravigliosi quando tutto sembrava possibile.
Perché non lo facciamo per la strada?
di Blue Bottazzi, 252 pagine, 15 euro
Saturday, January 10, 2015
Paris, Hollywood
Non è Bruce Willis, non è Hollywood. E’ la periferia sud di Parigi e qui si muore davvero. Qualcuno, sui social network, il giorno dopo la strage al supermercato ebraico, fa dell’ironia: sembrano le sturmtruppen, le caricature a fumetti dei soldati nazisti, un famoso cartone degli anni '70. Guardateli come si accartocciano per salire su un dislivello erboso come se ai piedi avessero dei mocassini.
L’ironia riguarda un filmato dove i reparti speciali della sicurezza francese arrivano nei pressi del locale dove si trova il terrorista con gli ostaggi e si gettano sotto a un muretto. Sì, sono immagini che in realtà fanno davvero sorridere: dove sono i superuomini bardati da robocop che ci aspettiamo di vedere in queste occasioni? Sembrano piuttosto dei bambini che si nascondono impauriti. Hanno paura, e fanno bene ad averla. Non è Hollywood, questa è Parigi dove si sta consumando una battaglia della Terza guerra mondiale in corso.
Anche un noto politico italiano si è permesso di fare ironia su questi robocop che sotto le maschere di guerra sono probabilmente dei ragazzini, con un post su Twitter che sinceramente poteva evitarsi, ironizzando sugli agenti francesi e sul fatto che “adesso non si andrà più a Parigi tranquillamente”. Poterselo permettere, intanto, di andarci a Parigi, non è da tutti oggigiorno, forse lo è da politici…
Il secondo filmato è quello dell’irruzione nel locale dove si trova il terrorista con gli ostaggi.
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L’ironia riguarda un filmato dove i reparti speciali della sicurezza francese arrivano nei pressi del locale dove si trova il terrorista con gli ostaggi e si gettano sotto a un muretto. Sì, sono immagini che in realtà fanno davvero sorridere: dove sono i superuomini bardati da robocop che ci aspettiamo di vedere in queste occasioni? Sembrano piuttosto dei bambini che si nascondono impauriti. Hanno paura, e fanno bene ad averla. Non è Hollywood, questa è Parigi dove si sta consumando una battaglia della Terza guerra mondiale in corso.
Anche un noto politico italiano si è permesso di fare ironia su questi robocop che sotto le maschere di guerra sono probabilmente dei ragazzini, con un post su Twitter che sinceramente poteva evitarsi, ironizzando sugli agenti francesi e sul fatto che “adesso non si andrà più a Parigi tranquillamente”. Poterselo permettere, intanto, di andarci a Parigi, non è da tutti oggigiorno, forse lo è da politici…
Il secondo filmato è quello dell’irruzione nel locale dove si trova il terrorista con gli ostaggi.
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Wednesday, December 31, 2014
La fine di un anno
E sapere di non esser mai stato un gran signore, e sapere e sapere di non averti mai dato neanche un fiore, e vedere, e vedere nella stanza pieno di gente, e sapere, e sapere che è venuto il momento, e vederti, e vederti piangere, piangere senza neanche il fazzoletto, e sapere, e sapere di non averti mai voluto bene, e volere, e non voler credere che adesso tocca a te, sì ma, sì ma sentire, capire, capire che ti tocca di morire. E vedere, e vedere, e vedere andar via piano piano la luce, e sapere, e sapere che non c'è dietro proprio niente, e sentire, e sentire il prete continuare a pregare, pregare per me, e sapere piuttosto, e sapere di averti fatto tanto soffrire. E vedere, e vedere, e vederti andar via le mani nelle mani, e vedere, vedere, vedere andar via la luce piano, piano piano, e non potere, no, non potere più tornare indietro, e sapere, e capire che lo scherzo non è uno scherzo...e sapere, sapere di non aver mai avuto niente da dire, niente, e sapere, e sapere di non essere mai stato capace di ridere...di ridere *
* Enzo Jannacci
Friday, December 26, 2014
Il giorno dopo Natale
You got me singing
Like a prisoner in a jail
You got me singing
Like my pardon's in the mail
Ieri ho visto un uomo anziano piangere. Un uomo anziano che piange destabilizza sempre più che il pianto di chiunque altro. Improvvisamente il volto dell’uomo anziano si contrae e si trasforma in quello di un bambino piccolo. Passato, presente e futuro si sciolgono insieme nelle lacrime. Ci stava raccontando della sua infanzia e si è commosso.
Più passa il tempo della vita e quei momenti, certi momenti dell’infanzia, diventano quei momenti della felicità più piena, quei momenti che si rimpiangono di più. Rimpiangere, piangere di nuovo e ancora.
Quei momenti in cui ogni cosa era perfetta e la vita serena. Con il passare del tempo quei momenti si restringono sempre di più fino in molti casi a scomparire. Restano amarezza, dolore, sofferenza, rabbia. Restano piccole oasi di felicità sempre più piccole, mille punti di felicità che a fatica si riesce a unire con una retta, dispersi in migliaia di ore e di giorni e di notti di dolore e paura. La vita diventa un ricordare, ma a stento. Restano le mille maschere del compromesso a cui la vita ti sottopone per riuscire soltanto ad andare avanti. Il prezzo che ognuno paga è enorme e spropositato, ingiusto.
Non resta che restare attaccati a quei momenti che più diventi vecchio più diventano la commozione e la gratitudine di averli vissuti.
In attesa che tutto si compia e si torni per l’eternità a quei momenti. Quei momenti in cui qualcosa o qualcuno ci ha fatto cantare, cantare l’alleuja. Anche se siamo stati prigionieri per tutto il resto della vita.
Like a prisoner in a jail
You got me singing
Like my pardon's in the mail
Ieri ho visto un uomo anziano piangere. Un uomo anziano che piange destabilizza sempre più che il pianto di chiunque altro. Improvvisamente il volto dell’uomo anziano si contrae e si trasforma in quello di un bambino piccolo. Passato, presente e futuro si sciolgono insieme nelle lacrime. Ci stava raccontando della sua infanzia e si è commosso.
Più passa il tempo della vita e quei momenti, certi momenti dell’infanzia, diventano quei momenti della felicità più piena, quei momenti che si rimpiangono di più. Rimpiangere, piangere di nuovo e ancora.
Quei momenti in cui ogni cosa era perfetta e la vita serena. Con il passare del tempo quei momenti si restringono sempre di più fino in molti casi a scomparire. Restano amarezza, dolore, sofferenza, rabbia. Restano piccole oasi di felicità sempre più piccole, mille punti di felicità che a fatica si riesce a unire con una retta, dispersi in migliaia di ore e di giorni e di notti di dolore e paura. La vita diventa un ricordare, ma a stento. Restano le mille maschere del compromesso a cui la vita ti sottopone per riuscire soltanto ad andare avanti. Il prezzo che ognuno paga è enorme e spropositato, ingiusto.
Non resta che restare attaccati a quei momenti che più diventi vecchio più diventano la commozione e la gratitudine di averli vissuti.
In attesa che tutto si compia e si torni per l’eternità a quei momenti. Quei momenti in cui qualcosa o qualcuno ci ha fatto cantare, cantare l’alleuja. Anche se siamo stati prigionieri per tutto il resto della vita.
Wednesday, December 24, 2014
Notte Santa
"Spiritualmente, bisognerebbe essere capaci di elevarci da soli. Si può essere ispirati da una canzone rock, ma la spiritualità è qualcosa di innato. Qualcuno può farti sentire bene o sentire felice, ma il quadro reale della spiritualità è dentro di noi". Così dice Patti Smith. L'annunciato, tra mille polemiche, concerto di Natale in Vaticano con la presenza, tra gli altri, anche della cantante americana si è poi svolto senza alcun problema. Nessun anatema, nessuna blasfemia. Nessun papa presente peraltro, come si sapeva comunque anche se tutti dicevano il contrario.
Si è svolto anche senza alcun problema il concerto nella basilica napoletana di San Giovanni Maggiore, anche questo atteso tra altrettante polemiche e scomuniche da parte di qualcuno che temeva che la presenza di Patti Smith declassasse e infangasse il luogo sacro.
Anzi, l'autrice della temuta canzone che comincia con i versi incriminati di "Gesù è morto per i peccati di qualcuno ma non per i miei" ha eseguito in quella occasione un brano inedito dedicato alla Vergine Maria.
Al concerto di Natale Patti Smith ha cantato O notte Santa, l'antico canto natalizio composto nel 1847 da Adolphe Adam per la musica e da Placide Cappeau per quanto riguarda le parole, titolo originale Minuit, chrétiens, considerato anche probabilmente il primo brano musicale mai trasmesso alla radio, insieme ad Alessandra Amoroso, Dolcenera e Chiara. Lo stesso brano Patti Smith aveva cantato anche lo scorso anno nel medesimo luogo, ma allora si era esibita da sola accompagnata dall'orchestra vaticana. Con le tre cantanti italiane a fianco, l'esecuzione di quest'anno è apparsa più contenuta, slavata, perdendo in gran parte la profondità e la bellezza di una delle più straordinarie canzoni appartenenti al repertorio natalizio. Non fu così l'anno scorso.
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Si è svolto anche senza alcun problema il concerto nella basilica napoletana di San Giovanni Maggiore, anche questo atteso tra altrettante polemiche e scomuniche da parte di qualcuno che temeva che la presenza di Patti Smith declassasse e infangasse il luogo sacro.
Anzi, l'autrice della temuta canzone che comincia con i versi incriminati di "Gesù è morto per i peccati di qualcuno ma non per i miei" ha eseguito in quella occasione un brano inedito dedicato alla Vergine Maria.
Al concerto di Natale Patti Smith ha cantato O notte Santa, l'antico canto natalizio composto nel 1847 da Adolphe Adam per la musica e da Placide Cappeau per quanto riguarda le parole, titolo originale Minuit, chrétiens, considerato anche probabilmente il primo brano musicale mai trasmesso alla radio, insieme ad Alessandra Amoroso, Dolcenera e Chiara. Lo stesso brano Patti Smith aveva cantato anche lo scorso anno nel medesimo luogo, ma allora si era esibita da sola accompagnata dall'orchestra vaticana. Con le tre cantanti italiane a fianco, l'esecuzione di quest'anno è apparsa più contenuta, slavata, perdendo in gran parte la profondità e la bellezza di una delle più straordinarie canzoni appartenenti al repertorio natalizio. Non fu così l'anno scorso.
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Friday, December 12, 2014
Captain of dreams
"Dove sarò quando tornerò a casa? Chi vedrò quando sarò tutto solo? E che cosa farò? Dimmi, che cosa potrò fare?". La risposta, ovviamente, è a pagina 43. Comincia così lo straordinario concerto solista di David Crosby nella magnifica cornice liberty del Teatro Sociale di Como ("è solo la seconda volta in trent'anni che faccio dei concerti da solo" dice a un certo punto "e quando ho pensato di farne qualcuno in Europa, ho scelto l'Italia, perché qui ho tanti amici").
Lui d'altro canto è sempre stato l'uomo delle domande, anzi della domanda: quella di significato dell'esistenza. E le domande stasera, con cinquant'anni e più di carriera alle spalle, la droga, il carcere, il trapianto di fegato, sono sempre vive e non lasciano tranquilli, mai. D'altro canto se sei un uomo impegnato seriamente con l'esistenza le domande non le metti a tacere anche se sei anziano, arrivato - professionalmente -, sopravvissuto, come ci scherza sopra lui: "siamo ancora, qui, chi l'ha detto che saremmo rimasti vivi". Domande che torneranno a inizio secondo set: "mi domando chi siano gli uomini che davvero governano questo paese e mi domando perché lo governino con mano così feroce, quali sono i loro nomi e in quali strade vivono, mi piacerebbe passare di lì e dare loro un pezzo della mia mente, per fare pace per l'umanità, la pace non è poi una cosa così maledettamente difficile da chiedere". Già, quella pace che oggi come ai tempi del Vietnam semplicemente su questa Terra non esiste.
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Lui d'altro canto è sempre stato l'uomo delle domande, anzi della domanda: quella di significato dell'esistenza. E le domande stasera, con cinquant'anni e più di carriera alle spalle, la droga, il carcere, il trapianto di fegato, sono sempre vive e non lasciano tranquilli, mai. D'altro canto se sei un uomo impegnato seriamente con l'esistenza le domande non le metti a tacere anche se sei anziano, arrivato - professionalmente -, sopravvissuto, come ci scherza sopra lui: "siamo ancora, qui, chi l'ha detto che saremmo rimasti vivi". Domande che torneranno a inizio secondo set: "mi domando chi siano gli uomini che davvero governano questo paese e mi domando perché lo governino con mano così feroce, quali sono i loro nomi e in quali strade vivono, mi piacerebbe passare di lì e dare loro un pezzo della mia mente, per fare pace per l'umanità, la pace non è poi una cosa così maledettamente difficile da chiedere". Già, quella pace che oggi come ai tempi del Vietnam semplicemente su questa Terra non esiste.
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Tuesday, December 09, 2014
In morte di un cantante
Facebook è davvero un mezzo straordinario, al di là delle tante polemiche sull'abuso della privacy (ma davvero si può parlare di abuso di privacy quando un sito è interamente gratuito, l'iscrizione volontaria e nessuno obbliga a metterci sopra le voto dei vostri bambini di 2 anni?) o dello sfruttamento a fini pubblicitari ed economici delle informazioni - liberamente - condivise. E' un mezzo straordinario perché l'altissimo numero dei partecipanti permette di avere in pochi minuti il polso della situazione qualunque avvenimento accada: i commenti più disparati, spesso anche stupidi, sono lo specchio dell'umanità e li troviamo su Facebook. Anche quella parte di umanità piuttosto stupida.
La tragica morte di Mango, accaduta ieri sera mentre era sul palcoscenico a concludere un concerto, è stata ovviamente filmata come accade oramai a ogni concerto. Gli spettatori stavano semplicemente filmando l'esecuzione dell'ultimo brano in scaletta del cantante, il suo più popolare e amato, "Oro". Improvvisamente la tragedia, e chi stava filmando non si è fermato: ecco che la canzone si è trasformata nella colonna sonora del video della morte di Mango in diretta.
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La tragica morte di Mango, accaduta ieri sera mentre era sul palcoscenico a concludere un concerto, è stata ovviamente filmata come accade oramai a ogni concerto. Gli spettatori stavano semplicemente filmando l'esecuzione dell'ultimo brano in scaletta del cantante, il suo più popolare e amato, "Oro". Improvvisamente la tragedia, e chi stava filmando non si è fermato: ecco che la canzone si è trasformata nella colonna sonora del video della morte di Mango in diretta.
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Friday, December 05, 2014
Downtown train
C'è sempre qualcosa di fuori posto. Un capello sul cappotto perfettamente stirato, il cappotto firmato e assai costoso. C'è una macchia invisibile mentre ti affretti nei corridoi della metropolitana, quella macchia ce l'hai sulle spalle e dunque non la vedi, pensi di non averne nessuna, ma c'è.
C'è la ragazza con lo sguardo ferito, preoccupato, insicuro mentre osserva lo schermo pubblicitario che diffonde reclame e notizie e intanto lancia occhiate fuggenti verso la galleria dove dovrebbe spuntare il treno che sta aspettando.
Il treno arriva e tutti salgono di corsa spintonandosi come sempre e si schiacciano ai finestrini. Il treno va in una direzione ma quale sia nessuno lo sa. I pendolari in fondo al cuore vorrebbero che non facesse nessuna fermata e semplicemente inghiottisse tutti nel buio di una galleria senza fondo.
Siamo tutti così diversi e sconosciuti ognuno all'altro. Ognuno con la sua storia, i suoi dolori e le sue preoccupazioni, le sue ansie e le sue felicità. Cresciuti in mondi diversi, non abbiamo nulla da condividere. Ognuno vede se stesso e gli altri in un modo diverso e davvero non ci si riesce a capire. Parliamo lingue diverse e abbiamo sentimenti differenti, ci ascoltiamo parlare e diciamo: ma cosa sta dicendo? Io non lo capisco. Non c'è pace nel mondo. Farsi esplodere con una cintura di bombe alla vita è mettere fine a questo dialogo fra sordi.
Eppure ci deve essere un punto di contatto. Forse è in fondo alla galleria buia che ha inghiottito il treno della metropolitana. Qualcosa si è perso all'inizio dei tempi e aspetta di essere ritrovato. Ma si nasconde al cuore di ognuno e l'attesa comincia a finire, il tempo è scaduto.
C'è la ragazza con lo sguardo ferito, preoccupato, insicuro mentre osserva lo schermo pubblicitario che diffonde reclame e notizie e intanto lancia occhiate fuggenti verso la galleria dove dovrebbe spuntare il treno che sta aspettando.
Il treno arriva e tutti salgono di corsa spintonandosi come sempre e si schiacciano ai finestrini. Il treno va in una direzione ma quale sia nessuno lo sa. I pendolari in fondo al cuore vorrebbero che non facesse nessuna fermata e semplicemente inghiottisse tutti nel buio di una galleria senza fondo.
Siamo tutti così diversi e sconosciuti ognuno all'altro. Ognuno con la sua storia, i suoi dolori e le sue preoccupazioni, le sue ansie e le sue felicità. Cresciuti in mondi diversi, non abbiamo nulla da condividere. Ognuno vede se stesso e gli altri in un modo diverso e davvero non ci si riesce a capire. Parliamo lingue diverse e abbiamo sentimenti differenti, ci ascoltiamo parlare e diciamo: ma cosa sta dicendo? Io non lo capisco. Non c'è pace nel mondo. Farsi esplodere con una cintura di bombe alla vita è mettere fine a questo dialogo fra sordi.
Eppure ci deve essere un punto di contatto. Forse è in fondo alla galleria buia che ha inghiottito il treno della metropolitana. Qualcosa si è perso all'inizio dei tempi e aspetta di essere ritrovato. Ma si nasconde al cuore di ognuno e l'attesa comincia a finire, il tempo è scaduto.
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