Friday, July 31, 2009

La tempesta del secolo (e quei cosi lì)

Non so perché da mesi non posso più vedere il canale 426 di Sky. Era il mio preferito, quello con Orrori da gustare e quell'altro figo che andava in giro per il mondo ad assaggiare tutti i tipi di cucina. Vorrei da oggi non vedere più invece il canale 501 di Sky, quegli storditi che fanno le previsioni meteo 24 ore su 24. Ora, un programma meteo che va in onda 5 minuti al giorno su un canale qualsiasi può sbagliare, un canale che ha fatto delle previsioni meteo il suo unico motivo di vita 24 ore al giorno non può sbagliare così: "Nuvole in Valtellina", dice. Ok, anche se devo andare a pochi chilometri da Livigno non prendo manco la giacchetta di jeans. Chissefrega di qualche nuvola. Alla penultima galleria della supestrada che collega Lecco con la statale per Bormio invece,dopo abbondanti acquazzoni siamo tutti fermi per oltre 50 minuti in mezzo a nuvole tossiche di gas di scarico. 50 cazzuti minuti bloccati perché la galleria successiva è allagata e fanno deviare tutti sulla statale. E' scoppiata infatti la tempesta del secolo. 50 minuti dopo, finalmente all'aperto, ci troviamo inondati che non sappiamo se sia la pioggia o l'acqua del lago che ci sta sommergendo. Sulla strada vola di tutto, cavedani, trote e credo anche qualche natante. Un disastro. Cinque ore per arrivare a destinazione. Nuvole in Valtellina? Canale 501 dei miei - insert whatever you might like.

Al ritorno, imbarcata finalmente mia figlia e due dei suoi compagni di campeggio, scambio qualche chiacchiera con il cappelluto sedicenne al mio fianco che è ottimo chitarrista, avendolo visto esibirsi appunto a fianco di mia figlia. Si parla della fiera di Senigallia dove questi giovani si recano spesso - toh esiste ancora? Certo. Li vendono ancora i bootleg, sai le registrazioni dei concerti. Sì. Vendono anche quei così lì, come si chiamano... Il giovane cappelluto annaspa un po'. Che diavolo vendono? Sì, i 45... quei cosi 45... I 45 giri,? I dischi? I vinili? Sì, ecco vinili. Oddio, vorrei farli scendere tutti e tre. No, mia figlia i vinili sa cosa sono, la casa ne è piena. Ragazzo, ma hai mai ascoltato musica da un vinile? No, dice. Mia nonna ha un giradischi magari un giorno ne ascolto uno. Ecco, sua nonna. Mi sento nonno anche io. E mi domando quanto manchi alla fine del mondo, oggi che un ragazzo non sa neanche più dare il nome a un vinile, oggetto sconosciuto. Anzi, ilmondo come lo conoscevo io evidentemente è già finito. And I feel fine.

Wednesday, July 29, 2009

Dal tramonto all'alba

Watching her
Strolling in the night
So white
Wondering why
It's only After Dark

I find myself in her room
Feel the fever of my doom
Falling falling
Through the floor
I'm knocking on the Devil's door

In the Dawn
I wake up to find
her gone
And a note says
Only After Dark

In my heart
A deep and dark
and lonely part
Wants her and
waits for After Dark

All'inizio è un enorme vassoio di patatine fritte. Poi saranno bottiglie di Jack Daniel's e quant'altro. Il tramonto è andato da un pezzo. Anzi è notte fonda, quasi mezzanotte, l'ora giusta perché sul palco salgano Tito e i suoi tarantolati. Non suoneranno fino all'alba, ma va bene lo stesso, perché quando arrivi a casa all'alba manca ormai poco.
Anche le zanzare elefante che infestano il bello spazio del Circolo Magnolia dalle parti dell'Idroscalo si fanno da parte quando attaccano le prime note del blues malato e vizioso di questa incredibile band, la preferita di Quentin Tarantino e di Robert Rodriguez, nei cui film (Dal tramonto all'alba è uno di questi, storia surreale di vampiri improbabili) hanno fatto capolino più di una volta: Tito And Tarantula, ladies and gentlemen, annunciato sul palco dalla musica - ovvio - di Arancia meccanica.
Sia per la stazza fisica che per l'approccio musicale sembra che là sopra ci siano Roky Erickson e i suoi 13th Floor Elevator: garage blues schizzato, che va dalla psichedelia al metal. Il tutto attraverso il grande corazon messicano di Tito: ascoltarlo in Las flores del mal spacca il cuore, ma è per farcelo spaccare che siamo venuti fino a qua. Due, trecento zombie del rock'n'roll, vampiri malati di buio di quelli che preferiscono lottare con le zanzare che fare presenza ai concerti "trendy". Qua a noi non ci vede nessuno. Ma noi non vogliamo che ci veda nessuno. Dal tramonto all'alba è il tempo giusto,lontani dalle luci della città, lontani dal dolore, lontani dai rimpianti. Noi siamo quelli uncool, orgogliosi di esserlo, quelli che raramente escono e quando lo fanno, lo fanno per dimenticare.

Tra bordate chitarristiche fumose e pesanti, fughe in avanti con il pedale del wah wah ben pigiato, esplosioni soniche che sembrano annunciare l'arrivo dell'inferno, Tito ha disegnato una sorta di impossibile Messico dell'oltretomba: ovvio che tutti abbiano un brivido quando arriva After Dark: Tito, sempre con un sorriso splendente sul faccione, tra un muchas gracias e l'altro,comincia a invitare le senoritas a salire sul palco. C'è ne è anche una con una rosa tra i lunghi capelli neri. Alla fine salirà anche qualche maschietto, ma va bene così: sono in una ventina lassù a ballare messicano con il re dei vampiri.
Il finale è tutto per Angry Cockroaches: il ritmo è sfrenato, lo spirito dei Ramones si è depositato lungo il Rio Grande e la notte si chiude pogando. Noi lasciamdo andare l'ultima birra, ringraziamo e riprendiamo la strada verso casa. O le nostre tombe. Sta quasi per albeggiare, d'altro canto.

Tutte le foto sono di Alessandro Paramount Ciciuxs Maggiori, l'uomo che avrei voluto sposare

Tuesday, July 21, 2009

What a long strange trip has been

"Is there life after Jam? Where have your talents taken you now?"
(Eric Andersen all'autore di questo blog)

Nella primavera del 1990 mi affacciavo nel bel mondo del giornalismo musicale. Nel modo classico: una fanzine (erano i giorni pre-Internet... oggi ci sono le webzine). Si chiamava Rolling Thunder e ovviamente era dedicata a Lui. Che allora, Bob Dylan, aveva 49 anni e io 28. Oggi io ne ho 47 e lui 68. Che cazzo c'entra? Niente. Siamo solo più vecchi tutti e due.
La fanzine durò un paio di anni; nel frattempo scrivevo lettere indignate alla rivista Mucchio Selvaggio e loro, per farmi smettere di rompere i marroni - però me le pubblicavano tutte - mi chiamarono a collaborare allo storico magazine. Ricordo che comprai la mia prima copia del Mucchio nel 1978: c'erano i Grateful Dead in copertina e l'articolo si chiamava "What a long strange trip has been". Esordii dunque per un giornale vero nella primavera del 1991: ovviamente un pezzo su Bob Dylan, la recensione del concerto che tenne a Zurigo nel gennaio di quell'anno.
E' curioso che come editore di una fanzine sia riuscito ad avvicinare e a parlare con Bob Dylan (avvenne nel giougno 1991, come ormai sanno anche i sassi), mentre nei circa 17 anni di giornalismo musicale vero (cioè pagato) non sono neanche riuscito a vederlo di striscio, figuriamoci a intervistarlo.

Per non ricordo più quale motivo circa nel 1993 passai al Buscadero, altra storica rivista musicale italiana. Anche lì ci rimasi un paio di anni. Entrambi i lavori erano comunque dei "dopo lavori", non a tempo pieno, ma ci si faceva le ossa, come si dice. Nell'ottobre del 1996 ricevetti una telefonata dal direttore di JAM: mi chiedeva se ero disponibile ad andare in redazione per qualche mese, una sostituzione temporanea. Ci sono rimasto quasi 13 anni. A tempo pieno. Da qualche giorno ho mollato il colpo. Troppo vecchio per il rock'n'roll, o per quello che ne è rimasto. Ho tirato troppo la corda, ultimamente, e anche se il rock'n'roll in Italia non c'azzecca quasi niente, credo di aver ecceduto nel rock'n'roll lifestyle "de noiartri". Mi piglio dei mesi sabbatici, come dicono gli americani. Non vedo l'ora di ritrovare il gusto di ascoltare un disco solo per la voglia di farlo e non perché obbligato a farlo. Al momento ascolto un cazzo. Un paio di settimane fa mi sono anche comprato un iPod. E' veramente un oggetto stupido in tutta la sua scomodità (ho già rotto le cuffiette), ma comunque dopo due settimane, calcolando che a casa ho, credo, circa 30mila canzoni sparse su dischi vari, sono riuscito a mettercene dentro circa 400. Le uniche che ho sempre voglia di ascoltare. Delle altre 29600 canzoni non so che farmene.
Non so come dice il mio amico Eric, dove mi porterà adesso il mio talento. Se del talento ne ho mai avuto. Una amica collega giornalista quando le ho detto che non lavoro più a Jam, mi ha scritto una cosa che mi ha commosso molto: "Sarebbe un peccato che un talento come il tuo vada perduto". Evidentemente questo talento fittizio ha colpito almeno un paio di persone in tutti questi anni. Le ringrazio.

Ho perso interesse anche nel blog. Internet - a parte le informazioni più o meno utili che si possono trovare in giro - è davvero un grande nulla. Negli ultimi tempi ho fatto incetta dei cosiddetti "social networks" e posso dire che sono delle solenni minchiate. Cioè: a chi frega se su twitter c'è un gruppo di 50mila persone che protestano per questo o quello? Spento il computer quelle 50mila persone spariscono nel nulla. Per non parlare delle "amicizie". Ho 406 amici su Face Book dove mi sono iscritto a novembre dell'anno passato. Di questi 406 quelli che frequentano attivamente FB sono sempre gli stessi 12. Gli altri che cazzo mi hanno chiesto l'amicizia a fare, e io perché gliel'ho data che manco so chi sianoe poi su FB non ci vengono mai?
Invece ho scoperto che su Internt c'è anche una cosa bella: si chiama Tumblr. E' bella perché ognuno posta sul suo specie di blog quello che vuole, foto e frasi, e poi sono a disposizione di tutti per girarsele sul proprio. Peschi solo le cose che ti piacciono e condividi, non c'è la possibilità di lasciare commenti e la gente, almeno quelli che sono in scambio con me, è davvero carina. Insomma, non ci si parla addosso su Tumblr, non si cerca di predicare ai convertiti e non, di mostrare a tuti quanto siamo fighi. Basta parole. Siamo stanchi di parole. Meglio la realtà.

Ad esempio questo è il mio ideale di blog perfetto. Naturalmente non l'ho inventato io ma una mia amica, più sveglia di me: http://bythesong.tumblr.com/.
Ognuno dei partecipanti posta frasi di canzoni che lo hanno colpito. Niente commenti escatologici sulle canzoni. Si leggono e basta. Sono le canzoni ad avere la precedenza. Alla fine verrà fuori una raccolta imponente delle canzoni che ci hanno lasciato una ferita nel cuore. Perché, come dice il mio amico De Gregori (a proposito, occhio alle edicole a partire da novembre più o meno...), "tutti hanno un cuore".

Thursday, July 16, 2009

All things must pass

L'uomo entrò nello studio di registrazione. Con sé, una chitarra. E la voce, la sua voce. Una voce come poche altre al mondo. Era il cantante di una ancora sconosciuta rock band americana, di lì a poco il mondo avrebbe conosciuto la sua voce e la sua band. Ma adesso, in quelle fredde giornate di novembre del 2001, c'era solo lui. E la sua voce. Doveva fare in fretta. Qualcuno era morto da pochi giorni. Voleva - doveva - ricordarlo nell'unico modo possibile, cantando e reigstrando alcune delle sue canzoni. Oh, quel tipo adesso morto era stato una star, una delle più grandi che il mondo avesse conosciuto. Era il piccolino in quel gruppo di giganti che aveva cambiato la storia del mondo e la vita di milioni di persone, compresa la sua. "Le sue canzoni avevano il potere di guarire" avrebbe detto pensando a lui.

Da solo, in studio, con la sua chitarra, e qualche sovraincisione della sua meravigliosa voce, avrebbe creato un canto funebre, una preghiera sofferente, con la voce - le voci - che si inseguivano fin lassù, nelle navate di una antica chiesa gotica, dove i fantasmi di monaci intenti a salmodiare si radunavano nella notte dei tempi. E poco importa che questo fosse invece uno studio di registrazione da qualche parte nei moderni Stati Uniti d'America. L'effetto che alla fine riuscì ad ottenere fu lo stesso. Sei canzoni in tutto venenro registrate, alcune sconosciute ai più, seppur bellissime: Long, Long, Long; Behind the Locked Door; Love You To; My Sweet Lord; Sir Frankie Crisp e All Things Must Pass.
Già, tutto deve passare, pensò il cantante dalla voce meravigliosa posando la chitarra e facendo segno al tecnico, dietro al vetro, di spegnere il registratore. Uscì dalla porta e si dimenticò di quelle registrazioni. Perché il suo tributo era stato pagato. Passarono otto anni e il cantante decise che adesso era ora di lasciare andare a tutto il mondo quelle registrazioni. Forse scherzando, forse no, decise di pubblicarle cambiando leggermente le iniziali del suo nome, forse facendo un nuovo tributo a quell'uomo morto nel novembre 2001. Invece di "Jim James", come lui si chiama, le pubblicò con il nomignolo di "Yim Yames", come lo ying e lo yang di quelle religioni orientali che al tipo morto erano sempre piaciute tante. E mai tributo fu più dolce da ascoltare.

* http://www.yimyames.com/site/

Tuesday, July 14, 2009

Sciopero dei blog??

Fatevi un bagno di realtà piuttosto
“mannò, ci vuole ogni tanto lo sciopero del bloggerz.
io, per esempio, finora son riuscita a pulire con lo stuzzicadenti tutta la tastiera.

Mr. Mozo Rising


"bella lì, Bà!
fate il siopero, sì, così non mi si gonfiano reader e dash e, per un giorno, riesco anche a fare l’essere umano (si alza e va a lavorare pieno di speranze :)"
(via nikink)

(thanx http://blondeinside.tumblr.com/)

Friday, July 10, 2009

That big yellow fuckin' moon

Vado a Torino una volta (o due al massimo) a decennio. Sempre per cause rock e sempre ne torno appagato. Nel 1988 ci andai due volte, per Springsteen allo Stadio Comunale e pochi mesi dopo di nuovo per il concerto di Amnesty International, stesso luogo e ovviamente per vedere Springsteen di nuovo. Nel 1990 andai al nuovo stadio per vedere gli Stones, e nel 1998 non so dove per vedere uno dei più bei concerti di Bob Dylan (quello leggendario in cui il muto del rock rilasciò uno dei suoi commenti più lunghi di sempre, "its great to be back in the most beautiful country in the world").
Ieri sera ci sono andato per Nick Cave, un festival (bleah) vicino alla Villa Reale di Venaria (credo si chiamasse).
A Torino ai concerti rock ci sono alcune delle più belle ragazze d'Italia (e io ne conoscevo due, la Bea e la Manu - can't help it if I'm lucky).
Se poi vai in giro con Stefano "4ottave" Ferré, è come andare in giro con Mike Tyson, puoi arrivare fin quasi sotto il palco anche a pochi minuti dal concerto. Ecco, diciamo che a Torino non hanno ancora trovato uno in grado di mixare il soundboard, che era tutto a livello di distorsione massima, ma quando sul palco sale Mr Stagerlee in persona, chissefrega. Devastante, osceno, santo e demonio, peccatore e convertito, ma soprattutto rock, fuckin' rock come non se ne sentono più in giro. Pensavo ai 77mila a Disneyland che si sono sciroppati quella band irlandese da cartoni animati la sera prima, e io adesso qui che flippavo e sotto il calore bianco, il rumore biancom accecante di Dig Lazarus Dig vomitata con una potenza inaudita. Per non dire dell'attacco con una travolgente Papa Wont Leave You Henry. I nuovi Bad Seeds, senza più il magnifico Mick Harvey (a cui dedica un brano mai fatto prima dal vivo, Nature Boy), sono in realtà dei Grindermen che trascendono anche il concetto di punk music. Pure la bellissima The Weeping Song diventa uno stonato, distorto, cacofonico vomito dalle viscere. Non c'è tempo e spazio per la Bellezza stasera, siamo ancora all'inferno e - diciamocelo - ci stiamo benone per adesso. Figuriamoci se poi non arriva pure lui, Mr Staggerlee in persona.
A parte quando Cave si siede al pianoforte e ci consiglia di andare da lei a dirglielo, che l'amiamo: "This is a love letter... go tellin' her go tellin' her..." consiglia dolcemente.

C'era pure la luna piena, o quasi, ad alzarsi docilmente sopra il grande palco. Se ne accorge pure lui, e ci invita, dopo tanto cataclisma sonoro, ad alzare lo sguardo verso quella "big yellow fuckin' moon". E alla fine, un po' di redenzione dopo tanto sangue e dolore, con Nick Cave arriva sempre: Get ready for love. Siamo pronti per l'amore? Mah... Concludendo con non so quale canzone, non credo fosse sua, di quelle che cantano gli amanti abbandonati al pub ubriachi e storditi. Per farsi forza insieme, per farsi compagnia. Lui la canta per farci compagnia, che la vita non è gratis, e alla fine tenta una acrobazia vocale per lui impossibile, stona, scoppia in un gran sorriso e alza le spalle. Straight to you, mr Cave, dal tuo grande cuore al nostro piccolo cuore.

Thursday, July 09, 2009

Top Five Moon Songs

Più invecchio e più sono soggetto alla luna. La odio. Fa parte delle caratteristiche del mio segno, il cancro, siamo luna-dipendenti, o lunatici. Una volta non era così, ma adesso quando entra la luna nuova, possono essere anche le 3 del mattino, mi sveglio di colpo e non dormo più. Neanche nelle notti successive. È anche vero che in quei giorni sono pieno di energie, per cui il non dormire non mi fa molto effetto. È però vero che appena la luna va via, cado in depressione. Una vita di merda.

Fra pochi giorni saranno 40 anni dallo sbarco dell’uomo sulla luna. Ricordo benissimo quella notte del 20 luglio 1969. Avevo 7 anni ed eravamo in vacanza con la famiglia sulle Dolomiti. Ricordo che mi svegliai in piena notte – non so se c’era la luna nuova – e trovai mia madre davanti al televisore in bianco e nero. “Che fai” chiesi. Lei ci mise un po’ a rispondere. Era del tutto assorta davanti allo schermo come non la avevo vista mai. “Allora?” insistetti. Lei mi guardò con commiserazione “Non capisci, gli uomini stanno scendendo sulla luna”. E che sarà mai pensai io e tornai a dormire.
No, non potevo capire cosa significasse per una persona adulta vivere quel momento incredibile. Quarant’anni dopo mi domando come mai nessuno vada più sulla luna, però. Forse che in fondo in fondo non era poi così importante?

Queste notti sta arrivando la luna nuova e già da ieri non dormo più. Allora ho pensato a una top five delle canzoni dedicate alla luna. Mi sono venute in mente queste:

1. Blue Moon, come la fece Elvis alla Sun nel 1954. Da paura. Dimenticate lo standard piacione che conoscono tutti e terrorizzatevi con questa versione che sembra anticipare sonorità di 50 anni dopo. Una canzone piena di fantasmi.
2. Moon River, Henry Mancini, dalla colonna sonora di Colazione da Tiffany. Audrey Hepburn sul balcone di casa sua che canta questa splendida canzone è uno dei momenti più alti del cinema di tutti i tempi.
3. Moondance, Van Morrison. Non c’è bisogno di dire altro
4. Marquee Moon, Television. La luna come anfetamina. Tossica.
5. Moonshadow, Cat Stevens. Scoprire di avere un’ombra passeggiando in una notte di luna piena: ecco il motivo di questa canzone che mi piace tanto.

Wednesday, July 08, 2009

Makes you wanna stop and read a book

Come non ascolto dischi di musicisti italiani, così non leggo libri di scrittori italiani. Il poco che ho sfogliato (vabbè, ovvio, non parlo di Dante Alighieri o Alessandro Manzoni o Giacomo Leopardi, parlo di scrittori contemporanei e viventi) mi ha annoiato a morte. E quando leggo qualcosa, così come quando ascolto qualcosa per il mio piacere e non per meri motivi di lavoro vado a recuperare dischi di decenni fa, leggo libri di autori stranieri scritti decenni fa. Adesso, ad esempio, mi sto intrippando nell’opera omnia dell’inglese Graham Greene, autore che avevo sempre snobbato.
Qualche autore anglo-americano recente mi è piaciuto: Douglas Coupland, ovviamente; Jay McInerney pure. E Nick Hornby.
Mi piacciono perché hanno saputo trasferire nel loro modo di scrivere l’attitudine rock, essendo di una generazione – come la mia – cresciuta a nutella e rock’n’roll. Come le migliori canzoni rock, i loro libri non offrono filosofie, risposte, manifesti politici. Raccontano la realtà, e tanto basta. E poi hanno uno stile narrativo splendido, anch’esso mutuato dalle migliori canzoni rock.

Così qualche settimana fa ho fatto un’eccezione. Un ragazzo (italiano) mi ha mandato il suo libro, l’ho svogliatamente cominciato a leggere, poi l’ho divorato. Davide Imbrogno è sicuramente uno scrittore rock. È giovane, dovrà migliorare certi aspetti, curare meglio la forma, ma va bene così. La sua raccolta di racconti “La gloria dell’indigente” (Ibiskos Editrice Risolo; http://www.ibiskoseditricerisolo.it/catalogo_scheda.php?id=431) è bella assai. Naturalmente il mio preferito è “Materiali di età neroniana”, dove si parla di un critico musicale la cui carriera viene stroncata quando scrive una recensione di un concerto che in realtà non ha visto perché ha preferito andare con una ragazza. Il concerto viene annullato a sua insaputa, ma il suo articolo in cui si narrano le magnifiche gesta del gruppo rock verrà pubblicato. Oh, ne conosco di gente così, nel mio mestiere.
Davide è un romantico, per questo mi piace ancor di più. Ha un buon senso dell’ironia, la giusta dose di cinismo e non è qui per fare delle morali a nessuno. Racconta storie (realiste) di gente vista dentro a un pub o in una sala concerti o immaginata leggendo un articolo di giornale. E chiunque scriva una frase come questa: “Le menti varcarono la linea d’ombra. E quando i pensieri divennero immagine, la bellezza divenne dolore”, è un tipo in gamba.
Buon viaggio Davide.

Friday, July 03, 2009

Sempre e per sempre

Sul mobiletto, a fianco del divano, una copia di un libro di W. B. Yeats. Rigorosamente in inglese, che a lui i libri piace leggerli in lingua originale, non devastati da traduzioni caciarone. Sopra, un portarmonica con l’armonica infilata, pronto all’uso. Mai camerino del backstage di un concerto fu più trionfante di questo: è il salone di un convento medievale, tutto ricoperto di affreschi che sembra di essere nella Cappella Sistina. Invece siamo nella piccolissima e deliziosa Crema, e Francesco De Gregori fra poco salirà sul palco.
Ci mostra la scaletta della serata e se la ride: “Neanche questa sera faccio la tua preferita”. E vabbè. Poi si alza, prende la sua Gibson J50, si infila il portarmonica e parte un giro melodico che è dylaniano. “Va bene così?”. Va bene, ovvio. Meglio ancora quando “la mia preferita”, Informazioni di Vincent, viene eseguita per due spettatori, io e Miss Clara. Un po’ zoppicante, perché non se la ricorda più neanche lui, e hai voglia a convincerlo che non è un pezzo “da Sanremo”, ma una delle più belle canzoni degli anni 70. Amen. Come il suo collega Bob Dylan che lascia nei cassetti perle preziose insicuro se siano valide canzoni o meno, mi sono ormai rassegnato a non sentire in concerto Vincent. In vena di regali, De Gregori esegue per Clara una delle sue preferite, Ti leggo nel pensiero. Anche questa con qualche intoppo… “Meglio che la provi di più se devo farla in concerto…”.

Concerto che inizia con una vagonata di emozioni. Da solo, seduto su uno sgabello, la chitarra e l’armonica, come ai tempi del Folk Studio. In sequenza, Caterina, La casa di Hilde, Pezzi di vetro, Vai in Africa Celestino (coraggiosa, eseguita così, con la stessa asprezza di una It’s allright ma, I’m only bleeding) e Generale. Oggi che non c’è più Fabrizio De André, De Gregori è l’unico che può reggere da solo davanti a mille persone con carisma e autorevolezza: perché le sue sono canzoni così belle e autentiche che non hanno bisogno di rivestimenti e trucchetti sonori perché si reggano in piedi. Noi potremmo ascoltarlo così per tutta la serata, ma va bene che giungano i suoi musicanti, con le consuete note calde di blues, di country, di rock a riempire la dolce notte di Crema mentre una luna quasi rotonda si alza sopra il palco. Ed è bello sentire Viva l’Italia spogliata della sua retorica ed eseguita in chiave di elegante valzer ricco di mestizia, così come è bello sentire le bordate elettrica di L’agnello di Dio. Ma ancor più bello è sentirlo declinare la trascendenza dell’amore in brani oscuri, ma preziosi come Deriva o Caldo e scuro.
Portando tutto a casa con affetto e malinconia nella canzone di un addio, “buonanotte fiorellino, buonanotte amore mio”. Ma come nel vero amore, l’addio non esiste veramente: “Dovunque io sarò, dovunque lei sarà, sarà al mio fianco per ogni strada che prenderà e perderà ogni volta per ogni volta che tornerà, starò alla porta e ancora vado alla deriva e ancora canto dovunque io sarò, dovunque sarà, sarò al suo fianco”.
Sempre e per sempre, dalla stessa parte lo ritroveremo. Francesco De Gregori.

Thursday, July 02, 2009

L’orrore per la vita e il folle sogno del dandy senza volto

Le tre stazioni della croce nel calvario di Michael Jackson

Di Bernard-Henri Lévy (da Corriere della Sera)

Innanzitutto, le cose. Il sacro orrore delle cose. Un’attrezzatura di maschere, corazze, parasole, oggetti instabili, una bolla soffocante e al tempo stesso sovra-ossigenata, chiusa e sovraesposta, che funzionava come una serra e lo preservava dalla grande contaminazione delle cose. Non solo, come è stato detto, i virus, i germi, i batteri. Ma la vita stessa come un germe. Il vivo come un batterio.
La materia, gli oggetti, l’aria che respi¬ava non appena si avventurava fuori del suo caro Neverland, divenuti fonte d’infezione, pestilenza, ossessione macabra, scuola del cadavere. I dandy erano così. Intendo dire i grandi dandy. I fondatori della tradizione. Barbey. Beau Brummel. Wilde e il suo Dorian Gray. Tacchi rossi per danzare al di sopra di un mondo di miasmi e di umori. Belletti e artifici per sfuggire al De Profundis di un baratro definitivamente parassitato. Senza parlare di Baudelaire che, del suo disgusto per la natura e le sue mostruose proliferazioni, aveva fatto il principio della propria estetica, della propria politica. Michael Jackson era il loro erede. Michael Jackson, con i suoi dischi in vinile, i latex, la casa mausoleo, i terrori profilattici e anche, beninteo, i saltelli da danzatore geniale assediato da ogni parte dalla luce, era l’ultimo di questi grandi dandy. Aggiungete la cura morbosa che, pare, dedicava al proprio corpo. La storia della cassa a ossigeno dove si preparava, instancabilmente, per chissà quale toilette funeraria. Non è morto per una overdose di farmaci, ma per aver voluto non solo inventare, ma inocularsi un vaccino contro la vita. Poi gli altri. Veramente gli altri. Non più le cose, ma gli umani. Il loro contatto. La loro prossimità maligna e ripugnante.

La presenza stessa dell’altro, il suo odore, il suo sguardo immediatamente scrutatore — da cui lo proteggevano solo le lenti scure degli occhiali— vissuti come un’offesa, una minaccia, la causa di tutte le violenze, la loro origine. L’inferno? Sì, l’inferno. Un Jackson sartriano, stavolta. Oppure, il che è lo stesso, un Jackson cataro. Un Jackson di cui il minimo paradosso non è, quando scrive «We are the world», quando rende popolare quel che bisogna pur chiamare l’umanitario contemporaneo, di vedere l’umanità come fallimento, gli uomini come piaghe e la loro società come male necessario, compromesso obbligato, accomodamento degradante al quale un artista non può consentire che controvoglia.
Questa reincarnazione di Peter Pan pensava sinceramente, per esempio, che i bambini fossero concepiti senza contatto. Questo adulto incompiuto nutriva il folle sogno — e, in un certo senso, lo esaudì — di concepire i propri figli senza contatto, quasi senza madre. Questo misantropo, questo mutante, fu uno degli ultimi umani a credere agli antichi teoremi dell’inconveniente d’esser nato. E a viverli. Generazione, corruzione... Desiderio privo di concupiscenza... Il che, sia detto en passant, rende perlomeno assurdi i processi di stregoneria istruiti contro di lui negli ultimi dieci anni della sua vita e che furono una persecuzione senza fine. Michael Jackson non voleva essere un bambino ma un santo. O un angelo. E gli angeli, come sappiamo, non hanno sesso. O l’hanno soltanto nell’immaginazione dei perversi che a essi attribuiscono i propri fanta¬smi.

Poi infine, se stesso. Il proprio corpo, il proprio volto, visti come minacce ancora più grandi, come luoghi di ogni pericolo. Il nemico intimo ma spietato, che la vita intera non sarà sufficiente per annientarlo o domarlo. Anche qui, si sfiora appena la singolare avventura di Michael Jackson, si sbaglia sulla folle metamorfosi che egli impresse al suo volto, non si capisce nulla delle operazioni di chirurgia a ripetizione che egli si inflisse di continuo, se riduciamo tutto a un fatto di pigmenti: razza, anti-razza, odio di sé, malessere, sentirsi a disagio nella propria pelle, bla bla. Guardate le sue foto. Osservate l’epidermide, effettivamente sempre più bianca, ma come passata nella calce viva. Il naso ormai quasi inesistente, le labbra divorate dall’interno, i pomelli smagriti come quelli di una maschera jivaro o di una testa di Giacometti. Scrutate i suoi tratti assottigliati, la pelle ruvida, gli occhi che sembrano stare al loro posto come un anello al dito di uno scheletro. Considerate il restringimento — un filosofo direbbe questa époché — di un viso ridotto alla sua più semplice inespressione e diventato il proprio sosia. Il viso non è forse la firma stessa dell’essere umano? La sua verità? La maniera in cui si espone e si esprime? Il segno della singolarità di ciascuno, della sua inestimabile unicità? Eh sì. È sempre questo, un volto. Ed è proprio per questo che la terza tappa, il modo di torturare, mortificare, profanare e, alla fin fine, cancellare il proprio volto deve leggersi come l’ultima stazione di un lungo, terribile calvario. Infatti, giunti a tale stadio, quando si è deciso di sfuggire al regno delle cose, poi di uscire dai ranghi degli umani, poi di divenire un umano senza volto, non rimane molta scelta.

O si reinventa l’umano, si diviene realmente transumano, l’operazione Ogm (organismo geneticamente modificato) riesce. Oppure si muore.

(traduzione di Daniela Maggioni)