Tuesday, June 30, 2009

Cruel summer

“La recensione è una forma di scrittura morta. A nessuno interessa più”
(Greil Marcus)

Soprattutto in questa era di Internet. Che scrivo a fare. Poi ho finito le parole. Raccogliete le informazioni, fate due click da qualche parte e avrete un pre ascolto. Poi deciderete. Ma un disco che si intitola Not Even in July, “neanche a luglio” uscito a gennaio e ascoltato oggi che domani comincia il mese di luglio, come direbbe la mia amica Anna dai capelli rossi, è una carrambata. Che poi me lo ha fatto ascoltare lei, tra un bardolino e non so che altro. E non è, come direbbe sempre lei, un disco “rocherò”. È un bel disco triste, come sanno fare i canadesi. Jesse Brian Merchant, in arte JBM, è canadese, come Barzin e tanti altri, fa anche l’attore. Il disco glielo ha prodotto mica un pirla qualunque: Henry Hirsch, amico di Lenny Kravitz, che si è messo su uno studio in una chiesa sconsacrata del 1860. Figata.

Per The Duke and the King (questo invece esce proprio a luglio, circa il 20 o il 21), poi, copio di brutto: “It’s a kind of cracked country soul thing, with a dash of psychedelia”. Aggiungo solo che uno è Simome Felice (sì il batterista/cantante/scrittore di quella band lì), l’altro Robert “Chicken” Burke, al lavoro ogni tanto con George Clinton e altri figuri di black music che non so che ci azzecchi con loro dopo averlo ascoltato qua. Nothing Gold Can Stay è superlativo, un paio di canzoni sono già tra le mie favorite di ogni era. Tanto basta per un mese di luglio che vorrei evitare con tutte le forze.

Saturday, June 27, 2009

It happened 47 years ago today

I was brought in this world in 1962,
I didn't have much choice you see.
But by the time I was eight,
I could tell it was too late,
I was already barking up the wrong tree

(Born to Lose, Social Distortion)

1962....
5 gennaio, i Beatles pubblicano la loro prima registrazione ufficiale, My Bonnie. Sono la backing band del cantante Tony Sheridan

19 marzo, Bob Dylan pubblica il suo primo album

17 giugno, il Brasile batte 3-1 la Cecoslovacchia nelle finali del campionato del mondo di calcio

12 luglio, i Rolling Stones fanno il loro debutto dal vivo al Marquee Club in Oxford Street, a Londra

5 agosto, Nelson Mandela viene arrestato

6 agosto, la Giamaica diventa indipendente

16 agosto, il batterista dei Beatles, Pete Best, viene sostituito da Ringo Starr

17 agosto, a Berlino, la polizia della Germania Est uccide il diciottenne Peter Fechter, il primo cittadino che tenta di saltare il Muro di Berlino, ancora in costruzione

2 settembre, l’Unione Sovietica comincia a mandare armi a Cuba

12 settembre, il presidente John F. Kennedy promette che entro la fine del decennio gli Usa manderanno un uomo sulla luna

1 ottobre, il primo studente di colore, James Meredith, si iscrive all’università del Mississippi

5 ottobre, i Beatles pubblicano il loro primo singolo, Love me do

11 ottobre, a Roma comincia il Secondo concilio vaticano

14 ottobre, tra Stati Uniti e Unione Sovietica, comincia la crisi dei missili cubani. Si teme la Terza guerra mondiale

1 novembre, crisi risolta, i sovietici iniziano a portare via i missili da Cuba

3 novembre, per la prima volta da un media pubblico viene pronunciato il termine “personal computer”

I MAGGIORI SUCCESSI DEL 1962
1. Green Onions, Booker T. and the MG’s
2. Bring it home to me, Sam Cooke
3. You’ve really got a hold on me, Miracles
4. The loco-motion, Little Eva
5. Sherry, Four Seasons
6. I can’t stop loving you, Ray Charles
7. Up on the roof, Drifters
8. Twist and shout, Isley Brothers
9. These arms of mine, Otis Redding
10. Do you love me, Contours

...................................

il 27 giugno, a Lavagna, Genova, nasce Paolo Vites. Nulla sarebbe più stato come prima; almeno nella sua, di vita.

Thursday, June 25, 2009

No more a-roving

“So we’ll go no more a-roving
So late into the night,
Though the heart still be as loving,
And the moon still be as bright

For the sword outwears its sheath,
And the soul outwears the breast,
And the heart must pause to breathe,
And love itself have rest.
Though the night was made for loving,
And the day returns too soon,
Yet we’ll go no more a-roving
By the light of the moon”


Lord Byron

Tuesday, June 23, 2009

Arriva l'uomo nero

Ormai siamo coppia fissa. Io e la mia figlia rock'n'roll. È anche un buon portafortuna, perché ieri sera, per la prima volta in vent'anni, sebbene fossimo usciti dal Forum tardissimo, siamo riusciti a schizzare fuori del parcheggio in 5 minuti. Mai successo. Mi ha portato a vedere - e soprattutto sentire - i Metallica. Le vie del rock sono infinite, e l'heavy metal era un tassello che ancora mi mancava. Formidabili. Anche perché era evidente come alla base di tutta la loro musica ci sia un gran cuore punk. Nessuno lo dice, quando si parla di heavy metal, e il fatto che l'unica cover della sera sia stato un pezzo dei Misfits la dice lunga.

Su di un palco posto in mezzo al Forum, a 360 gradi, con otto microfoni lungo i bordi in modo che James Hetfield nel corso della stessa canzone potesse spostarsi da ogni parte e cantare per ogni singolo spettatore, la batteria al centro della pedana e il resto della band a correre da ogni parte, zero scenografie (qualche fiammata d'inferno ogni tanto e qualche raggio laser, tutto qua, il più delle volte con le luci del Forum completamente accese, quasi fossimo stati nel salotto di casa loro, anzi, nel loro "garage") i Metallica hanno dimostrato di essere una formidabile band e di essere degli originali. Lo si è capito ascoltando una delle band supporter, un gruppo di cialtroni della Virginia di nome, credo, Lamb of God: stupido rumore e canzoni tutte uguali. I Metallica non fanno rumore, benché il volume fosse ai limiti delle possibilità dell'orecchio umano. Suonano benissimo (a volte i loro crescendo chitarristici riccordano certe pagine di musica classica), hanno un repertorio di brani fantastici (personalmente ho riconosciuto solo Master of Puppets, Enter Sandman e la splendida Nothing Else Matters). Hanno un pubblico strepitoso, che ha cantato, tutti in piedi per due ore e passa, anche nei posti a sedere, ogni singola canzone e sono, band e spettatori, un bel gruppo di amici: "This is the Metallica family!", come diceva Hetfield. E ho goduto a sentire due ore di wah wah, cioè la chitarra suonata come piace a me (Kirk Hammett è portentoso).

Dopo, come sempre quando vai a sentire degli originali, ti rimane il solito dubbio: dopo di loro, nel loro genere, nessun altro. Non certo quei cialtroni che hanno aperto lo show e le tante band "sataniche" che ci sono in giro. I Metallica non hanno nulla di satanico: pensare che Hetfield a un certo punto si è anche incazzato perché gli arrivavano sul palco troppi bicchieri di birra. Alla fine Lars Ulrich si siede a un angolo del palco e parla tranquillamente con un gruppo di fans; gli altri gettano al pubblico centinaia di plettri, l'incredibile bassista Robert Trujillo si batte il petto più volte ringraziando. Sì, è una bella famiglia, questa dei Metallica, e uno non può dire di essere un rock'n'roll fan se nella sua vita non li ha visti almeno una volta.

Wednesday, June 17, 2009

Top Five Fuck You Songs

Nick Hornby, in tutte le top five del suo (peraltro bello) Alta fedeltà, naturalmente non ha incluso la top five delle migliori fuck you songs. Le canzoni del vaffanculo, buone per tutte le occasioni, amore, lavoro, bloccati nel traffico o infila alle poste. Naturalmente, perché Nick Hornby è inglese e come tutti gli inglesi fondamentalmente un moralista. Né lo hanno fatto gli americani nella versione cinematografica del suo libro. Perché gli americani sono i campioni del moralismo, e va bene che dovrebbero essere i cattolici i moralisti, ma due paesi di coglioni dove il vaffanculo è coperto da un biiip in televisione (gli americani) e da degli asterischi sui giornali (gli inglesi) sono due paesi a bassa minoranza cattolica. Da sempre.

Allora la faccio io che di questi tempi il vaffanculo è la mia colonna sonora della vita. Occhio, che poi va bene in teoria qualunque canzone rock. Volete mettere che gusto essere fermi al semaforo, a Milano, sotto il sole cocente, dopo una fila di mezz’ora, con entrambi i finestrini spalancati e a tutto volume spaccare i coglioni con Copperhead Road di Steve Earle (versione rigorosamente quella dal Live At The BBC, 1988, adesso ristampato con bonus tracks) a quelli che avete a destra e a sinistra, il vecchietto che vi ha fatto fare cento metri in mezz’ora, e la ragazzina alla seconda giornata della sua vita in automobile che continua a bloccarsi in mezzo alla strada. Per non parlare degli stronzi in motorino che ti circondano al semaforo in 200, ti tagliano la strada e insomma un bel vaffanculo a tutti loro. E al boss al lavoro, e magari anche a qualche donna/uomo della vostra vita.

1. Positively 4th Street, Bob Dylan.
La più grande fuck you song di tutti I tempi. Veleno e vomito allo stato puro. Per una donna? Ma va’, per gli stronzi che gli rompevano le palle al lavoro. Come a me. Ma va bene per tutti, davvero per tutti.
Verso very fuck you: “Yes, I wish that for just one time You could stand inside my shoes You'd know what a drag it is To see you”.

2. I Feel Like I’m Fixin’ to Die Rag, Country Joe & The Fish
Magari la canzone non è poi così fuck you (lo è lo è), ma d’altro canto la canzone che comincia con un “fuck you cheer”, un invito a urlare tutti vaffanculo, non può non meritarsi il secondo posto.

3. The Queen is Dead, The Smiths
Un grande vaffanculo al gruppo più stupido di tutti i tempi, i Queen: “Her very Lowness with her head in a sling I'm truly sorry but it sounds like a wonderful thing”.

4. You Oughta Know, Alanis Morissette
Mica solo le donne si meritano I vaffanculo. Anzi. E’ il contrario. Questa è una grande canzone, seppure l’unica grande canzone della ragazzina canadese: “You seem very well, things look peaceful I'm not quite as well, I thought you should know Did you forget about me Mr. Duplicity, I hate to bug you in the middle of dinner, It was a slap in the face how quickly I was replaced, Are you thinking of me when you fuck her?”. Grande. La adoro.

5. Carly Simon, You're So Vain
Eh, ancora le donne. Ma sì è giusto, ce li meritiamo tutti i loro vaffanculo. Iniziare la propria carriera con una canzone del vaffanculo e che va al primo posto in classifica è una cosa di per sé unica. Pensate: passare il resto della vita a sentirsi domandare da tutti: ma chi è che hai mandato a fanculo? Vi verrebbe voglio di mandarli a fanculo tutti, no? La (quasi) perfetta fuck you song solo per questo.

Sunday, June 14, 2009

Don't drag me down, motherfuckers

High school seemed like such a blur,
I didn't have much interest in sports or school elections.
And in class I dreamed all day,
Of a rock 'n' roll weekend

Good times come and good times go,
I only wish the good times would last a little longer.
I think about the good times we had
And why they had to end.

So I sit at the edge of my bed
I strum my guitar and I sing an outlaw love song.
Thinkin' 'bout what you're doin' now
And when you're comin' back.

(Story of my life, Social Distortion)

La sera che gli Eagles suonavano al Forum di Assago, io ho girato la macchina in direzione opposta e insieme a mia figlia me ne sono andato al Palasharp, dove c'era un festival (punk?). Io che odio i festival, io che non so niente della musica di oggigiorno. Infatti fondamentalmente ci sono andato perché volevo tornare sul luogo (del delitto) dove 21 anni fa esatti avevo visto i Pogues per la prima e ultima volta. Quella sera del 1988 suonarono in un triple bill, dopo Stevie Ray Vaughan e Los Lobos. Furono grandi (tutti), una serata indimenticabile.
Oggi il bill è multiplo, i Pogues chiuderanno una sfilza di concerti cominciati nel primo pomeriggio. Noi arriviamo quando i Flogging Molly, splendida irish punk band stanno già suonando. Ci sono migliaia di ragazzi e ragazze, il Palasharp a metà giugno è un girone infernale, ma va bene così. La gente è tranquilla e l'atmosfera è cool. Poi noi abbiamo accesso all'area vip e per farci delle birre non dobbiamo fare file assurde e nel backstage conosceremo anche il cantante dei Gogol Bordello. Che è un figo, così come è figo e travolgente il loro set. Musica gitana del diavolo. Jugoslavian punk. da vedere almeno una volta nella vita, ma anche di più. I Gogol Bordello spaccano, e spaccano alla grande.

Quando Mike Ness con i suoi Social Distortion, impegnati nel loro 30 Years of Underground Rock'n'roll Tour che festeggia i loro 30 anni di attività, sale sul palco, mi aspetto qualcosa di bello, ma non ho idea che assisterò alla singola ora più esaltante di rock'n'roll della mia vita. Mi domando dove sono stato e cosa ho ascoltato negli ultimi 30 anni per aver bypassato questa band formidabile. Io conoscevo Mike Ness per i suoi dischi da solista, ma i Social Distortion sono l'esaltazione del concetto di punk frullato con tutto il romanticismo del miglior rockabilly. Ecco perché faranno una Ring of Fire di Johnny Cash da far crollare il Palasharp: "Dont drag me down, motherfuckers!", è l'urlo di questo musicista. Mike Ness è un gigante, un sopravissuto, è il Johnny Cash del punk. Io amo quest'uomo.

Pete Doherty è imbarazzante. No, non perché si sia fatto una dose di troppo (pare che due o tre giorni fa, comunque, sia stato arrestato per l'ennesima volta per possesso di eroina). E' imbarazzante perché lui e la (buona) musica non c'entrano un par di ciufoli. Le sue canzoni sono brutte, lui e la sua band suonano da schifo. E' uno che ti domandi chi mai ha potuto permettergli di fare dei dischi o di suonare un concerto, se non perché fenomeno (da baraccone) costruito a tavolino. Un poveraccio. L'unica cosa decente del set dei Babyshambles sono l'Union Jack messa su un amplificatore e la chitarra Rickenbacker che Doherty fa finta di suonare. Ecco, sono contento di non ascoltare proprio tutta, ma tutta la musica nuova che gira attorno.

I Pogues salgono sul palco sulle note di Straight to Hell dei Clash. Lo spirito buono di Joe Strummer entra al Palasharp e resta con noi. Vent'anni dopo, i Pogues non sono più la devastante band di irish punk che vidi allora. Sono dei sopravvissuti, anche loro, con classe ma una certa routine. Certo è che vedere Shane McGowan a pochi metri da te è un'emozione forte. Dici, ma come fa a essere ancora vivo? Ha un ventre enorme, da troppa birra, che comunque beve per tutto il concerto e fuma, fuma un casino. Lui e Spider Stacey mandano dei fuck you ogni due per tre e Shane a un certo punto si produce in un improbabile "Viva el duce!". Pazzo. Dopo aver cantato una canzone, scende dal palco, ne salta una e ritorna per farne un'altra. Durante tutto il set ti chiedi, ce la fa? Non ce la fa. Alla fine, quando manda al cielo una commovente Rainy Night in Soho, sai che ce l'ha fatta anche questa volta.
E poi tutti a pogare con Fiesta, e allora per qualche minuto siamo ancoraquelli di vent'anni fa. Noi e i Pogues. Straight to hell, ecco dove siamo diretti noi che, per dirla alla Leonard Cohen, "siamo brutti, ma abbiamo la musica".

Mi sono anche comprato una maglietta dei Ramones, ieri sera. E accidenti, se c'era lo spirito di Joey e dei suoi fratelli nei Gogol Bordello, nei Social Distortion e in tutti quanti. No, non mi è dispiaciuto non essere andato al Forum a sentire gli Eagles.

Wednesday, June 10, 2009

Something joyful in its mystery

Quel posto non è più stato lo stesso. Dopo che la banda dei fratelli Felice passò di lì, Corso Ripamonti, estrema periferia devastata di Milano, era come la strada che porta alle Catskill Mountains, e la piccola Casa 139 era Big Pink.
Amo The Felice Brothers, e chi non fa lo stesso? Solo chi non li conosce e non li ha visti dal vivo. I dischi sono belli, ma non abbastanza come le loro esibizioni live.
Simone, il batterista-cantante-scrittore, in piedi sullo sgabello che con le bacchette della batteria inneggia ai fantasmi della repubblica invisibile mentre i fratelli saltano, urlano, si dimenano cantando storie di morte e resurrezione. È tutto qua, e io non ho davvero bisogno di altro.

Yonder Is The Clock, il loro nuovo disco, è bello assai. Ma non come un loro concerto e chissà quando li rivedremo dal vivo. Intanto Simone mi scrive alcune righe via mail, mentre il medicine show dei Felice Bros gira l’America:

“Chiunque pensi di essere migliore o più figo degli altri solo perché si mette vestiti bizzarri e corre in giro per un palcoscenico come un deficiente per alcune ore ogni sera è un idiota. Il solo motivo per cui mangio, guido e bevo whisky è perché c’è gente che viene ai nostri concerti e compra i nostri dischi. Non stiamo diventando ricchi, ma almeno non dobbiamo andare a lavorare. Dobbiamo tutto ai fan, per cui diamo loro tutto quello che possiamo ogni volta che ci esibiamo. Quando la musica comincia, si forma una comunità, la gente si ubriaca un po’ e comincia a ballare e a divertirsi. Improvvisamente, tutti i presenti hanno qualcosa in comune e questo include anche noi. È una cosa meravigliosa farne parte”.

“Alla fine dobbiamo tutti morire. Ogni nostra canzone, direttamente o meno, ha a che fare con la nostra mortalità. La morte è una cosa triste e spaventosa quando ci pensi e quando ne parli. Quando ti guardi allo specchio al mattino, stai guardando una persona che sta morendo e alcuni sono più vicini alla morte di altri. Ma la morte è anche una cosa meravigliosa e il viaggio dalla vita alla morte è una cosa misteriosa, bellissima e interessante. Ecco cosa sono le nostre canzoni: qualcosa di gioioso nel loro mistero”.


(Intervista completa sul prossimo Jam)

Sunday, June 07, 2009

School's out: mi ami o mi odi?

Well we got no class
And we got no principles
And we got no innocence
We can't even think of a word that rhymes

School's out for summer
School's out forever
School's been blown to pieces

(Alice Cooper, School's out)

Domani finisce la scuola. Quella di mia figlia, quantomeno. Il che vuol dire, essenzialmente, non svegliarsi più alle 6 e 20 sei mattine su sette. Il mio orologio biologico è comunque ormai talmente scassato che so già che continuerò a svegliarmi a quell'ora. Significa anche che per un paio di mesi a Milano ci sarà il 30% almeno di traffico in giro, il che è una gran bella cosa. Mandateli a scuola in autobus 'sti figli.
Mi piacerebbe fare la top ten delle migliori canzoni a tema scuola, al momento mi vengono in mente, oltre alla già citata School's out di Alice Reverendo Cooper, Rock'n'roll High School dei Ramones e No Surrender di Springsteen. Che non è per niente una canzone con a tema la scuola, ma ha il miglior verso mai messo in una canzone rock a proposito della scuola, che chi mi conosce mi sente citare ogni due per tre: "Abbiamo imparato di più da un disco di tre minuti che da tutto quello che ci hanno insegnato a scuola". Perché se la scuola non educa al bello, al gusto del vivere, tenetevi pure il vostro nozionismo: school's been blown to pieces.

Ieri sera ho fatto un salto al festival Mi Ami, ormai un evento per chi segue la musica indipendente italiana. Erano anni che ne sentivo parlare con entusiasmo, che mi dicevano di farci un giro. Ieri mi sono deciso. Non volevano farmi entrare perché l'età media dei visitatori è tra i 20 e i 30 anni. Io non ci azzeccavo un tubo infatti, e non solo per l'età. La musica, ovviamente: non conoscevo una band che suonava sul palco (gli Statuto li ho riconosciuti perché credo siano anche più vecchi di me e infatti ancora mi chiedo cosa ci facessero al Mi Ami). Non conoscevo un disco di quelli che si vendevano sulle bancarelle. Ho capito che io con la musica che ci gira attorno ormai non ho più a che fare. C'erano tantisisimi ragazzi simpatici e ragazze carine, e tutti si godevano la musica e i dischi sulle bancarelle. Sembravo un alieno. Se mi fossi messo in piedi su una seggiola e avessi gridato "Bob Dylan!" avrebbero pensato che facevo, chessò, propaganda elettorale per un candidato alle elezioni europee. Però erano tutti contenti, c'era un'atmosfera molto bella, come non ho mai visto a un festival, dove di solito c'è casino, gente ubriaca che ti vomita sui piedi, burini che spintonano quando fai la fila per una birra. Ieri erano tutti gentili e srridenti.
Il mondo mi ha superato, e mi sembra molto meglio di quello che pensavo io, che evidentemente sto perdendo ogni contatto con la realtà. Mentre penso al pre pensionamento, auguro a tutti i ragazzi che ho visto ieri sera una bella vita. Piena di avventura. Intanto settimana prossima sempre all'Idroscalo di Milano c'è il festival Mi Odi, che è la versione metal del Mi Ami. Tra un concerto e l'altro c'è la gara a chi beve più birra in meno tempo e fa il rutto più lungo. Sto pensando di iscrivermi.
Tutto questo per giustificare la bella foto che ho appena messo qua sopra. Sono le mie ragazze dai capelli rossi preferite, la Ro (la miglior discografica d'Italia), e l'Anna, una che fa bellissimi dischi (ad esempio con gli Intercity, ma io conto sul suo esordio solista). Loro si che c'entravano con il Mi Ami. Sono ragazze indie, e sono mie amiche. Nonostante io possa sembrare il papà perduto in Alaska qualche decennio fa. Come diceva Bruce, "Well, brunettes are fine, man... blondes are fun but, when it comes to getting the dirty job done, I'll take a red-headed woman, a red-headed woman"...

Tuesday, June 02, 2009

Tutto più chiaro che qui

Giugno è un po' il mese della mia famiglia. Ci siamo nati io, mia sorella e anche la mia prima figlia. Anche qualche nipote. Nel giugno di dieci anni fa, poi, se n'è andato mio padre. Quando ero un bambino, pregavo che quel giorno venisse quando fossi cresciuto abbastanza, che fossi già uomo. Contavo i miei anni, e quanti ne avrebbero potuti avere loro perché l’età di tutti fosse ragionevole e accettabile. Non sopportavo l’idea di perdere i miei genitori che fossi ancora piccolo.
Credo di essere stato ascoltato perché quando è successo avevo 36 anni. È dieci anni, adesso, che non ci sono più: mio padre a giugno, mia madre quattro mesi dopo, tutti e due nel 1999. E no, non sembra ieri, come si dice in queste occasioni. Mi sembra ieri quando ancora erano vivi, ma la morte, la loro morte, è qualcosa di sospeso nel tempo e nello spazio, che non so bene, 10 anni dopo, dove collocare, in quale momento della vita sia veramente accaduta.

Mio padre è stata la prima persona morta che ho potuto vedere. Era un momento che avevo temuto, invece mi fece poca impressione. Quando sono stati gli ultimi minuti della sua vita, ha raccontato chi era lì con lui che avesse chiesto una sigaretta. Aveva sempre fumato un casino, e però se n’è andato di qualunque tipo di malattia eccetto quelle legate al fumo. Ricordo quando, da piccolo, dopo pranzo mi mandava in sala a prendere il suo pacchetto di sigarette. Lo portavo in cucina aspirandone con forza l’odore, quell’odore di tabacco mi piaceva da impazzire. Forse è stato così che ho messo dentro di me la voglia di fumare. Quando ho avuto dei figli e ho cominciato a passare i miei sabati e le domeniche ai giardinetti, o al cinema con loro, ho provato a ricordare un momento solo della mia vita in cui lui avesse mai giocato con me. Non me n’è venuto in mente uno, perché non è mai successo. Erano altri tempi: mio padre era di un mondo antico, nato nel 1919, educato in un certo modo, ad esempio a tenere una certa distanza dai figli.

Quattro mesi dopo se ne andò anche mia madre. Da tempo era ricoverato in un centro apposito, lontano dal marito, in un’altra città, per tanti suoi problemi fisici. Oramai aveva perso quasi del tutto l’uso della ragione, non so neanche se mi riconosceva. Credo di sì, comunque. La notte che suo marito morì, a centinaia di chilometri di distanza, dicono le suore che erano con lei che abbia gridato tutta notte: “Mio marito sta male, mio marito muore”. Evidentemente vivere insieme tanta parte delle proprie esistenze porta a legami che vanno al di là di qualunque cosa. Certi sentimenti, il vivere una vita insieme, ci impregnano talmente che rimaniamo legati uno all’altro fino all’ultimo respiro, anche a centinaia di chilometri di distanza. E’ bizzarro anche che lei se ne sia andata a così poca distanza da lui, quasi a voler ricomporre il più in fretta possibile quel legame che li aveva tenuti insieme, nel bene e nel male, una vita intera.

In questi dieci anni non credo di averli mai visti in sogno, come si dice accada spesso a chi perda i genitori. Ho pianto una sola volta, durante i due funerali. A quello di mia madre, mia sorella ha fatto una cosa un po’ all’americana, un discorso in suo ricordo. Alla fine, ha ricordato una frase di nostra mamma che io avevo rimosso completamente. È stato come risentire improvvisamente il suono della voce di lei. È stato in quel momento che ho pianto. Quando, la domenica mattina, un po’ esasperata, veniva a beccarci uno per uno e ci rimbrottava: “Non si sta in pigiama fino a mezzogiorno!”. In questi dieci anni, mi sono scoperto a dirlo anche io alle mie figlie. Con risultati meno convincenti di quelli che aveva lei, naturalmente. In quei momenti non mi dispiace più che loro non vengano a visitarmi in sogno, o che io non glielo lasci fare per qualche motivo che non mi è ancora chiaro. In quei momenti loro ci sono, e tanto basta.

Mia figlia, la più piccola, non ha fatto in tempo a conoscerli. È nata dopo. A volte, quando la sgridiamo per qualche capriccio, o quando litiga con la sorella, corre in camera mia, prende la foto dei nonni che non ha mai conosciuto che tengo sul mio comodino e se la porta in camera sua. L’ho trovata diverse volte piagnucolante sul suo lettino con la foto dei nonni stretta fra le braccia. Anche in quei momenti loro ci sono, stanno facendo il loro dovere di nonni. Anche 10 anni dopo. Perché i legami di una vita non si spezzano. Continuano, in modi misteriosi.