Thursday, February 11, 2010

Rockin' the White House

Come gather 'round people...

Quasi 50 anni fa, un ragazzo ebreo del Minnesota, fortunato abbastanza da essere stato invitato a esibirsi alla Marcia per i Diritti Civili a Washington organizzata da Martin Luther King, impressionato dall'evento, scrive una canzone, destinata a diventare inno e simbolo di quell'epoca storica, The Times They Are A-Changin'.
Un paio di mesi dopo il presidente degli Stati Uniti John Kennedy viene ucciso. La sera di quel tragico giorno, lo stesso ragazzo si deve esibire in concerto. Riluttante e sconvolto da quanto accaduto a Dallas quel giorno, apre lo show come faceva gni sera, con The Times They Are A-Changin' che questa sera suona ironica e svuotata di ogni suo significato.
The Times They Are A-Changin' ha certamente avuto, sin da quando venne composta, un aspetto da "inno generazionale" e sociale. Ma non è mai stata solo quello. Come ogni canzone di Bob Dylan, essa fuoriesce dal contesto storico in cui ha preso forma, e lo trascende. La ruota sta ancora girando e non è destinata a fermarsi probabilmente mai; il primo e l'ultimo, il lento e il veloce continuano a scambiarsi di posto e sempre lo faranno. Il presente, sempre, è destinato a diventare passato e l'ordine corrente delle cose domani sarà stato sostituito da un altro ordine.
Quasi cinquant'anni dopo, quel ragazzo ebreo è adesso un uomo anziano di quasi 70 anni. Per la prima volta nella sua vita è invitato a esibirsi alla Casa Bianca, davanti al presidente degli Stati Uniti, il primo presidente afro-americano. L'evento vuole celebrare proprio i giorni della Marcia per i Diritti Civili e tutti gli afro-americani che per essi si erano battuti. E' inevitabile che Bob Dylan decida di cantare The Times They Are A-Changin'. Che viene proposta in chiave intima, dolente e a tempo di valzer. No, non ha più alcuna sembianza di inno generazionale e sociale. Questa sera, questa scarna versione della canzone riflette di più la fonte a cui il ragazzo ebreo si era ispirato allora, il Libro dell'Ecclesiaste. Quella parte dell'Antico Testamento che vuole sottolineare come, sotto al sole, ogni tentativo da parte dell'uomo è cosa futile, vana, destinata a corrompersi. Per tutte le volte, negli ultimi vent'anni, che Dylan ha eseguito questa canzone in modo privo di ogni ispirazione, con le parole sbagliate, quasi a deriderla, questa sera per la prima volta da quando venne incisa, la canzone mostra tutta la sua verità, eseguita con lo stesso amore e dedizioe con cui Dylan in anni recenti ha eseguito tante canzoni di altri artisti. E' come se non gli appartenesse più, è più grande del suo stesso autore. Ogni tronfia celebrazione, seppur giustificata dalla presenza di Obama in quella Casa Bianca dove un nero, ai tempi di Martin Luther King difficilmente avrebbe potuto mettere piede, perde improvvisamente senso. Davvero questa sera The Times They Are A-Changin' diventa una canzone senza tempo, oltre il tempo, ma incisa nel tempo. E così appare Bob Dylan, nell'oscurità del piccolo palcoscenico: un uomo che appare appartenere, ora e per sempre, a un tempo immemorabile.
Chiamato inutilmente e banalmente "profeta" per tanto tempo della sua carriera, questa sera Bob Dylan è davvero un profeta. Perché i tempi cambiano, e continueranno a farlo.
Post scriptum: una ventina d'anni fa, un Bob Dylan sull'orlo dello sbandamento spirituale più totale, disgustato del mondo attorno a lui e probabilmente disgustato anche di se stesso, scriveva un contro-inno generazionale e sociale, che suonava più come uno sberleffo punk. Per la canzone Political World venne girato un video clip. Che oggi, col senno di poi, nella sua ambientazione, sembra girato nella Casa Bianca. O magari nella Casa Bianca di un film che verrà anni dopo, Masked & Anonimous.
Rockin' the White House, for the times they are a-changin'...

20 comments:

Paolo Bassotti said...

Riascoltando la performance di Bob alla Casa Bianca, mi è venuto in mente di passare sul tuo bl pog, per vedere se avevi scritto qualcosa al riguardo. E ho scoperto che non solo avevi già scritto, ma che come al solito nessuno avrebbe potuto dire meglio certe cose.

Fausto Leali said...

Abbiamo avuto nella mente le stesse emozioni e le stesse certezze. Io ho provato a scriverle, scivolando dentro un piano intimo e profondo, tu hai lavorato di cesello ed hai descritto tutto magistralmente.

Un gran pezzo, meriterebbe di essere letto sui giornali, dove invece, probabilmente, vedremo scritte le cose più stupide e banali su un evento come quello di Dylan l'altra sera.

E poi che voce, non lo sentivo più così da anni...

lillo said...

dio, io amo bob dylan, ma davvero, non per modo di dire. lo amo proprio.

fra l'altro notavo che the times, fra quelle presentate alla casa bianca, è l'unica canzone scritta da un bianco, credo sia davvero importante questa cosa, perchè vuol dire che dylan è davvero riuscito a superare qualsiasi differenza di razza, e lo ha fatto con la musica e non con la politica...

anche l'esibizione della baez è molto commovente, soprattutto vedere le persone in sala cantare con lei... è una cosa che commuove, o forse sono io che sono troppo sentimentale, chissà?

Blue Bottazzi said...

Sono un po' preoccupato per la nuova immagine del blog... specie dopo la storia del vin brule...

Skywalkerboh said...

Io ti devo picchiare.
Mi hai fatto venire la pelle d'oca tre volte:

1. quando ho letto questo post
2. quando ho visto il video che hai linkato
3. quando ho riletto ancora il post

Guardati le spalle: non puoi abusare del mio animo così...

Quando scrivi così aggiungi un pezzo di cielo al mio Io.

Grazie

Ragman said...

holy shit. questa performance e' magnetica.
una magia che rende efficace anche il contributo di garnier
god bless the old man

Maurizio Pratelli said...

Siete una gran bella coppia. Dico tu e bob.

Anonymous said...

splendido pezzo.
vorrei dire che mi sembra evidente che Dylan questa volta si è proprio preparato.
si sa chi è il pianista?
saluti e non mollare il blog: è uno dei pochi che controllo con regolarità
alexan

anna said...

...incisa nel tempo

commovente

zambo said...

sembra, mi riferisco al video di political world, la prim parte di un festino a palazzo grazioli....salvo che là al posto di Bob c'è Apicella

Paolo Vites said...

in effetti

silvano said...

Caro Paolo, hai perfettamente ragione, Dylan è un classico e le sue riletture ogni volta portano qualcosa di nuovo e sempre sono un passo avanti all'attualità, anche quando sono state scritte quasi 50 anni fa. Un gigante, un pozzo senza fondo, un vino che migliora con il tempo, un faro...si potrebbe continuare con immagini e metafore più o meno indovinate, ma hai già centrato talmente bene il problema che al solito non si può che plaudirvi te e Bob ;).
ciao.

kaapi carla said...

dice Skywalkerboh che tu metti un pezzo di Cielo al suo..
Dai voce alla visione di un Cielo indiviso, non lottizzato... Sempre stellato, ed al massimo nell'oscurità del mistero.

Come se tu testimoniassi la stessa testimonianza di Bobby, da dentro. La commozione per una canzone, anche questa, che cambia come ogni cosa, del resto. Come se lui se la canalizzasse, lasciandola venire ed andare via, rischiandola di perdere..Una canzone viva, libera di perdersi.
Tutto cambia (se esiste) ,in fondo solo la visione e la connessione resta, ci resta, le apparteniamo?!?
Non è poco, eh... può bastare, basta.

P. S.: Non mi ero mai accorta nel video di P W di quel quadro che fa da sfondo, scenario di un teatro (ma sarà di Bob?) pazzesche le coincidenze (sincroniche), i ritorni ( il tempo distingua qualcosa e lo separi, che illusione).

Grazie, davvero. Anche per la storia del vino in pentola...;-)

un abbraccio
kc

d va said...

grande post paolo. grand bel post.
Nient'altro da aggiungere.

McTell

Firmina Bia said...

Odio l'Univesità, e sta tesi che mi fa perdere tempo,
Odio il mio lavoro perchè non mi dà prospettive,
Odio sto treno che ci impiega 6 ore per portarmi dal mio Amore.

Adoro Te,
perchè mi fai vedere questo.

Ti Voglio Tanto Bene,
BoBBia.

Paolo Vites said...

io di più

lillo said...

mr. vites, l'ho letto oggi! ma tu cosa sai del nuovo album di jacob dylan?

blues said...

Un giorno, pubblicando in rete qualcosa - che venne letto da non più di dodici persone, s'intende - riguardo a Dylan, ebbi a dire "nessuno come lui". E lo penso ancora. Ho letto molto volentieri questo 'articolo' (personalmente uso il termine 'POST' con riferimento prevalente alla miriade di immondizia riversata ogni secondo sul web sotto forma di 'contributi' più o meno sconclusionati: Vites, Blue e Zambo, all’opposto, SCRIVONO) redatto con la solita professionalità (e autorità) dal titolare del presente blog. Reputo 'The times they are a-changin'', title-track dell'album di Dylan a cui sono maggiormente affezionato, uno dei pezzi più rappresentativi del personaggio più emblematico dell’ultimo mezzo secolo della musica 'popolare'. Un momento artisticamente magico e irripetibile collocato in un contesto di eventi storicamente intensi e drammatici: una supernova per i decenni a venire. Concordo: è una canzone sul proprio tempo, senza tempo, ed è stato lo scorrere rapido dello stesso a stabilirlo ma, a posteriori, ritengo onesto riequilibrarne la portata; il profeta è capace di intendere il suo tempo, la sua generazione e Dylan, in questa prospettiva, ha letto magnificamente bene entrambi ma, ciò non di meno, si è ritrovato in parte spiazzato dalla sua stessa spropositata capacità visionaria, come si può desumere dal verso finale, sintesi e compendio della canzone:
And the first one now
Will later be last
For the times they are a-changin'
Eco evangelica degli ‘ultimi che saranno i primi’ (antesignana di una conversione a venire neppure tanto inaspettata, a ben pensarci) che in un contesto religioso ha un proprio, profondo, senso, ma ascoltato adesso dalla voce di Dylan risveglia qualcosa di molto prossimo alla nostalgia per un’occasione perduta, per quanto possa essere tranquillamente ancora cantato in corteo e senza arrossire. Non me ne vogliate, ma la performance alla Casa Bianca mi ha ricordato il live ‘Unplugged’ alla MTV: pigra e svogliata. Va bene lo stesso, probabilmente a me è sfuggita qualche sfumatura ma personalmente preferisco ricordarmela cantata e suonata con addosso una camicia da lavoro, in piedi, in mezzo ai campi e ad un pubblico di contadini in prevalenza di colore, con le palpebre a sfarfallare per il vento (that was blowin’) e la forte miopia che preferiva ad un paio di occhiali, troppo borghesi per essere indossati.

Paolo Vites said...

grazie per lo splendido commento, blues

blues said...

A te, per gli spunti frequenti e brillanti e tutto il resto.

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