Saturday, October 06, 2007

Just across the borderline


Vabbè. Doveva succedere prima o poi, e ben mi sta. Per uno come me che sono anni che va in giro sbandierando ai quattro venti che il rock è morto, che è dai tempi di Nevermind - 1991 - che non esce più un disco rock degno di questo nome, eccomi qua, a giocherellare incredulo con fra le mani il cd di questo benemerito sconosciuto (fino ad oggi - Tale Ryan Bingham, provenienza da qualche parte là nel Texas, là sul confine fra Messico e Stati Uniti). Mescalito è il titolo di questo disco, non il suo primo, ma il primo per una major (e poi dicono ancora che è la musica indipendente a fare la differenza - ma per favore), prodotto da un fenomeno come Marc Ford, già chitarrista dei Black Crowes e di Ben Harper.
Un disco che puzza lontano un miglio di cantine fumose al sapor di tequila, che ha il "Blood on the Tracks" di dylaniana memoria, l'"Exile on Main Street" degli Stones e la disperazione springsteeniana di "The Wild, the Innocent and the E Street Shuffle" nei cromosomi. Così come l'anima antica di un Joe Ely e di un Terry Allen a far compagnia. Hank Williams, nel paradiso delle country star, sorride compiaciuto, ovviamente.

25 anni, sopravvissuto a due genitori che l'hanno cresciuto in mezzo a bottiglie di alcol e dosi di eroina ("Perdere la fede nella mia famiglia mi ha fatto uscire di testa", canta in "Southside Of heaven"; per chi ancora predica che un mondo liberato dalla zavorra della famiglia è un mondo migliore...), Ryan Bingham è qua a raccontarci come ci si può attaccare lo stesso alla vita, e che - già -: "rock'n'roll never die". Ma lo fa con un banjo che lotta con una slide bastarda, e con la dolcezza di una notte messicana piena di stelle. Una voce fumata, bevuta, straziata che manco Tom Waits quando non era ancora la macchietta che è diventato oggi.

Un disco che nasce là, da qualche parte fra la "Boracho Station" e una "Long Way From Georgia".
Fine delle comunicazioni - Texas, the Lone Star State - the music is alive. Don't you dare miss it

www.myspace.com/ryanbingham

God bless.

Tuesday, October 02, 2007

Sulla spiaggia - come sopravvivere agli anni 60

I am a lonely visitor
I came too late to cause a stir
Though I campaigned all my life
towards that goal
I hardly slept the night you wept
Our secret's safe and still well kept
Where even Richard Nixon has got soul
Even Richard Nixon has got
Soul

(Neil Young, Campaigner)
C’era una volta una generazione che aveva sognato di cambiare il mondo. Non era tanto un problema di sistemi politici in cambio di altri. Era piuttosto uno stile di vita contro l’altro. C’è una scena magnifica, nel bel – seppur dimenticato – Taking Off, film che Milos Forman girò appena giunto negli Stati Uniti, fuggito dall’occupazione sovietica della sua Cecoslovacchia, che coglie meglio di quanto hanno fatto molti americani quello che succedeva proprio negli Stati Uniti alla fine dei 60. Una ragazza convince i genitori a invitare a cena il suo fidanzato. Quando gli aprono la porta, trovano il classico hippie dai capelli e dalla barba lunga da cui avevano sperato di tenere lontano la figlia. La cena procede nel massimo imbarazzo e freddezza, fino a quando il padre chiede al giovane che lavoro faccia. Questi dice di avere uno studio dove si registrano i dischi di musica rock. Il padre sorride, come dire, ecco qui bambina mia, te lo avevo detto che si tratta di balordi senza una lira. Gli chiede, sogghignando, quanto guadagna in un anno. Lui risponde pensieroso diverse decine di migliaia di dollari. Praticamente il doppio o forse anche più di quello che il pover’uomo guadagna con la sua onesta professione di assicuratore o impiegato di banca.
Della serie: c’è un tipo nuovo in città, i tempi sono cambiati.

Di fatto, quella generazione con i suoi sogni e utopie stava veramente cambiando il mondo. Avevano eclissato il concetto di matrimonio, proclamando l’amore libero e lo scambio di coppia, anche i rapporti a tre, come li cantò David Crosby nella sua Triad, e ad esso opponevano la vita nelle comuni; avevano superato le porte della percezione decretando il potere delle droghe come superamento delle leggi fisiche e del concetto di realtà come fino allora era conosciuto; avevano inventato una poesia sonica, che non si leggeva più nei libri, ma si ascoltava dai dischi e nei concerti; stavano fermando una guerra, quella in Vietnam, con le marce nelle strade.
Credevano fermamente nell’idea di pace & amore universali e quando a Woodstock, in un campo di patate trasformato in una immensa latrina di fango, si contarono e videro che erano un milione e più, pensarono di aver vinto.
Durò poco, però. Solo pochi mesi dopo le belle vibrazioni di Woodstock, a un altro festival, ad Altamont, uno del servizio d’ordine decise che per calmare i turbolenti spiriti di uno spettatore ci volesse una bella coltellata nella schiena. Come si inaugurò il nuovo decennio, poco dopo quel festival, cominciarono a cadere giù come pere molli da un albero uno dopo l’altro quegli eroi che avevano infiammato gli spiriti, e grazie a quella cosa che sembrava averli liberati da ogni costrizione delle passate generazioni: la droga. Janis, Jimi e infine Jimi, nel giro di un anno alcune delle menti migliori di quella generazione, erano dei cadaveri, belli come quando si muore giovani, ma pur sempre cadaveri, Li aveva preceduti un altro Mister J, Brian dei Rolling Stones. A dare il colpo di grazia ci pensò uno di loro, un hippie fondatore di una vivace comune, che pensò che bisognasse uccidere tutti i ricchi per far trionfare il mondo nuovo. Con una strage di esagerata crudeltà, gli adepti di Charles Manson un bel giorno massacrarono gli ospiti della bella attrice Sharon Tate, moglie del regista Roman Polanski, e lei stessa, nonostante il pancione in cui stava portando un figlio. Sulla pancia squartata scrissero “pig”, maiale, e sui muri con il sangue delle vittime scrissero Helter Skelter, che era il titolo di una bella canzone dei Beatles.

Adesso rock’n’roll non faceva più rima con pace & amore, adesso era sangue & morte. Da gran saggio come era, il buon John Lennon capì che i tempi erano cambiati, di nuovo. Mentre i Beatles – che avevano incarnato lo spirito stesso degli anni 60 con tutto ciò che di bello aveva rappresentato – se ne andavano per quattro strade diverse, dichiarò sommesso: “The dream is over”. Il sogno è finito.
Qualcuno fece spallucce e cominciò a meditare di tornare nel sistema. Altri se la presero a male e ci misero anni per tirarsi fuori da tutto questo catafascio morale che aveva ucciso i loro sogni più belli.

C’è un disco, uno solo, che racconta tutto questo trauma. Lo fa in modo crudo, fastidioso, cinico, a tratti suonato in modo sconclusionato, in altri cantato con la voce impastata di chi ha bevuto troppo per dimenticare, ma lo fa in modo onesto. Sin dalla copertina, un signore a metà strada tra un hippie (i capelli lunghi) e il turista per caso di buona borghesia (la giacca, i pantaloni eleganti) a sottolineare l’incertezza per quale identità indossare, adesso che il sogno è finito. Intorno a lui oggetti balordi (un missile, un ombrellone) a sottolineare il caos in cui si dibatte, sta di spalle su una spiaggia deserta e dai colori lividi. Disperazione che poi, nel disco, si toccherà a piene mani. C’è Charles Manson, in Revolution Blues (“Ho sentito dire che il Laurel Canyon è pieno di star famose, ma le odio più della lebbra e le ucciderò tutte”), c’è il rapporto di coppia, pensato perfetto, che invece va in pezzi, in Motion Pictures; c’è – nella title-track - la rock star abbattuta e incapace di guardarsi davanti che durante una intervista radiofonica vede il suo interlocutore addormentarsi davanti a lui per aver fumato uno spinello di troppo(episodio veramente accaduto a Neil Young), tanto è ormai l’interesse che questi musicisti rock sanno destare. Mentre la realtà stessa sfugge di mano (“Il mondo sta girando, spero non scappi via”), insicuro ormai del suo stesso ruolo (“Ho bisogno della gente, ma non sono capace di affrontarli giorno dopo giorno”).
Già nel primo pezzo, l’apparentemente ottimistica Walk On (“tira dritto”) aveva denunciato la separazione avvenuta fra l’uomo-artista e quelli che fino a poco prima lo avevano osannato come portavoce di una generazione: “Sento certa gente parlare male di me, tirano fuori il mio nome, lo fanno circolare, non fanno menzione dei bei tempi”. Poi l’ammissione di umana incapacità a dare delle risposte a chi se le attende, mentre tutto scivola nel disfacimento: “È difficile cambiare tutto ciò, non sono in grado di dire loro come debbano sentirsi, alcuni vanno fuori di testa, altri si comportano in modo strano, ma prima o poi, tutto diventa reale”.
Accettare il reale sembra l’unica coraggiosa opzione, perché in Vampire Blues lo dice chiaramente: “I bei tempi stanno arrivando, lo sento dire ovunque, ma sicuramente ci stanno mettendo un bel po’”. Troppo tempo, la vita non aspetta.

E poi c’è uno dei massimi esempi di canzone rock mai incisi, un autentico documentario in diretta, un piccolo guerra & pace della sopravvivenza hippie. Con alcune delle accuse più taglienti mai rivolte agli altri, a se stessi, alla propria inadeguatezza di vivere.
Ambulance Blues (e il titolo fa già pensare a uno che deve star proprio male) comincia ricordando i bei giorni in cui tutti i sogni erano interi, e la giovinezza sembrava sconfiggere ogni cosa, ma poi qualcuno si è approfittato della bella Isabella (la sua generazione?) e l’ha fatta a pezzi.
Fa capolino Mother Goose, personaggio delle fiabe per bambini, ma anche lei adesso che si è diventati adulti non può più consolare nessuno. “È difficile dire il significato di questa canzone” si chiede a un certo punto lo stesso Neil Young, ed è una ammissione feroce e coraggiosa, per uno che cantava di cambiare il mondo. Adesso non sa neanche più di cosa canta. “È facile seppellirsi nel passato quando cerchi di far durare una bella cosa”. Poi alza la testa, in un moto d’orgoglio, davanti a quei soloni, a quei maitre de pensiere che lo stanno attaccando per aver abbandonato la canzone militante: “E voi critici, sedetevi da soli, voi non siete migliori di me per quello che mostrate, potremmo metterci tutti insieme a fare un po’ di cazzate”, un film dell’assurdo che è diventata la vita. Ma quali utopie, quali ideologie, sembra dire quest’uomo che sta vedendo morire di eroina i suoi migliori amici come il chitarrista della sua band, Danny Whitten.
Poi, con un colpa di coda che sfodera un ultimo scorcio di umorismo tagliente ma efficacissimo, il nostro si gira, lo immaginiamo con il ghigno devastante che capeggia nelle foto del disco successivo, il lugubre canto di morte Tonight’s The Night, e ci dice tutto quello che c’è da dire: “Lo sento ancora che dice: state tutti pisciando nel vento. E non c’è nulla come un amico che vi dice che state pisciando al vento”. Con buona pace di chi voleva cambiare il mondo, la vita è più grande di noi, ci supera da ogni parte ogni volta che pensiamo di possederla: stiamo solo pisciando nel vento.

Resta, alla fine, un barlume di speranza, nelle accorate parole della bella See The Sky About to Rain: “Guada il cielo quando sta per piovere. Alcuni sono destinati alla felicità, alcuni alla gloria, alcuni a vivere con meno. Ma chi può dire il tuo destino?”.
Mai, in un disco rock, la domanda di significato della vita era stata espressa in modo più coraggioso. E mai più lo sarà.


On The Beach, Neil Young (Reprise, luglio 1974). Un capolavoro (da ascoltare obbligatoriamente tra Times Fade Away e Tonight’s The Night, una trilogia indissolubile)

Wednesday, September 26, 2007

I'll work for your love

Odio quest’uomo. Non solo perché a quasi sessant’anni ha una forma fisica spettacolare, tanto da far girare ancora la testa alle donne (piace a mia figlia tredicenne e a mia moglie che di anni ne ha un po’ di più, ad esempio). Lo odio soprattutto perché a questa età dove tanti suoi illustri colleghi sanno solo vivere di rendita, limitandosi a riciclare all’infinito il loro glorioso passato, lui ha più vitalità artistica di un ventenne. Nel giro di tre anni o poco più è riuscito a passare dall’intimismo acustico di un bel disco di puro songwriting come Devils & Dust (e tour altrettanto bello ed emozionante in perfetta solitudine) alla rivisitazione eccitante del patrimonio popolare del suo Paese (anche se il tour era di gran lunga più riuscito del disco Seeger Sessions) per approdare adesso, con totale nonchalance, come a dire, questo l’ho fatto nel tempo libero, tra un impegno e l’altro, a un disco di muscoloso e romantico rock’n’roll in purissima chiave pop.
E per pop naturalmente intendiamo quello vero, l’unico che conta, quello geniale dei girls group degli anni 60, quello che aveva la produzione e il marchio di fabbrica di Phil Spector. Ma anche quello di Brian Wilson. Trent’anni fa, quando incideva Born To Run, Springsteen amava dire che voleva fare un disco “con il sound di Phil Spector”. C’era solo un vago rimando, allora, di quel formidabile wall of sound spectoriano, più che altro nella coda strumentale di Thunder Road. Magic invece ci affonda dentro, almeno in parte.

Il disco si apre con la dichiarazione di intenti di Radio Nowhere, un pezzo che nei suoi tre minuti-tre di durata è ovviamente un tributo al rock’n’roll radiofonico (quando le radio non erano le porcate di oggigiorno) ed è un pezzo alla Clash 100%, quelli che con This Is Radio Clash avevano per primi fatto un ponte tra passato e presente, così come oggi vuole fare Bruce. La radio di Springsteen è persa nel deserto mediatico che ci circonda, urla la voglia di un suono che è stato cancellato dall’ottusità (musicale) imperante e allora ecco che le trasmissioni partono con la magia (“magic”, ecco dove la cerca Bruce) spiazzante – perché tutto ci saremmo aspettati da un disco con la E Street Band tranne questo – della formidabile You’ll Be Comin’ Down, una musica poderosa ed echi di Be My Baby delle Ronettes ovunque. È un suono pastoso, dove i singoli strumenti non emergono, ma sono una struttura corale che sale e scende come un’onda. Ehi: questo è il wall of sound di Spector. Così sono Your Own Worst Enemy (che ha vagamente il passo di Santa Claus Is Coming To Town così come la fecero le Crystals con tanto di campane natalizie in sottofondo) e poi il capolavoro del disco, la strepitosa Girls In Their Summer Clothes che ci viene il dubbio il suo autore sia Brian Wilson.

Poi Springsteen gioca con il suo passato: Livin’ In The Future è la nuova Tenth Avenue Freeze Out, stesso passo da R&B sporco e deragliante (e il solo di Danny Federici, poi, è lo stesso di Hungry Heart), mentre la tenerissima ed emozionante I’ll Work For Your Love si inserisce di diritto tra le sue grandi ballate romantiche come Be True, quelle dei tempi di The River.

Springsteen non ha mai cantato così bene in un disco in studio in tutta la sua vita, le parole si fondono e rotolano con tale potenza melodica da lasciare interdetti.

E se Gypsy Biker regala gli unici rabbiosi assoli di chitarra di tutto il disco, la “magia” di questo cd si ferma però qui. Long Walk Home, già presentata dal vivo con la Seeger Sessions Band l’anno scorso, è un pezzo banalotto che si fa fatica a portare a termine; la title-track è una (bruttina) outtake del periodo di D&D, così come lo è, probabilmente, anche Devil’s Arcade e non ci azzeccano con il resto del disco. Last To Die, nel suo tentativo di ripetere i fasti di un brano come Roulette, assomiglia di più a uno dei Bon Jovi. Chiudendo con un colpo di coda, Terry’s Song, bel brano che ricorda certe cose dello Springsteen dei primissimi 70.

A livello lirico è evidente in molti brani (ad esempio Gypsy Biker, Devil’s Arcade e Last To Die; il refrain di quest’ultima peraltro cita un estratto da un discorso degli anni 70 dell'ex candidato alla Presidenza Usa John Kerry a proposito della guerra in Vietnam) che Springsteen dia voce ai soldati americani in Iraq, ragazzi mandati a morire per una causa sbagliata e che tornano a casa come il motociclista di Gypsy Biker in una cassa da morto. Non fa nomi, però, non tira in causa scelte politiche: è uno sguardo compassionevole a una nazione piena di dubbi e divisa a metà che lui vorrebbe fosse quella di Long Walk Home, brano dove si augura un ritorno a quei valori semplici di famiglia e tradizione (con tanto di bandiera che sventola orgogliosa davanti al palazzo del Comune) che fanno tanto “all american boys”.

Altrove Springsteen riflette sulla sua età, e lo fa benissimo nel ritratto del surfer invecchiato di Girls… che con nostalgia ripercorre strade e volti della sua vita cercando di venire a patti con una realtà che gli sfugge di mano. Concludendo con quello che in fondo è sempre stato il manifesto etico di quest’uomo: “Lavorerò per (avere) il tuo amore, quello che altri vogliono gratis, io lavorerò per il tuo amore”. La redenzione si ottiene con il sudore della fronte, in una visione etica tipicamente cristiana, e sono le cose che danno senso alla vita. Che altri si dannino l’anima cercando di avere tutto gratis. C’è più gusto ad ottenere qualcosa, fosse anche l’amore di una donna, con la fatica.

Tuesday, September 25, 2007

Canzoni (2)


"Una canzone è molto simile alla vita di una suora cattolica. Sei sposata a un mistero"
(Leonard Cohen)

"Io non provo nulla per il loro gioco, in cui la bellezza non viene riconosciuta"
(Bob Dylan, Dark Eyes)

Attraverso il cielo della sera, tutti gli uccelli se ne stanno andando
Ma come fanno a sapere che per loro è tempo di andare?
Non riesco a pensare al tempo
Perché, chi è che sa dove va il tempo?
(Sandy Denny, Who Knows Where The Time Goes?)


"Se una canzone non è una porta aperta al mistero, allora è solo rumore"
(Bill Congdon)

Are You The One I Been Waiting For?

Friday, September 21, 2007

I favolosi..... TAYLOR!!!


No, quelli nella foto sono gli Spinal Tap, ma credo sia l'immagine che si possa avvicinare di più a questi meravigliosi sopravvissuti del rock'n'roll made in Italy, per lo stesso senso dell'ironia e soprattutto per il look.

Trent'anni fa o poco meno, nel paesello di mare dove ero nato e stavo crescendo, non c'era molta musica rock da andare a vedere dal vivo. Anzi niente. Così ogni volta che I favolosi... Taylor arrivavano dalle nostre parti per suonare a una festa popolare, era un terremoto. Per noi ragazzi, era un avvenimento. Erano bravi? Mica tanto. Erano autori di canzoni memorabili? No, facevano cover di classici del rock o della canzone italiana stravolti in maniera formidabile, anni prima che ci arrivassero Elio e le storie tese. Ma soprattutto erano un gruppo di amici, e questo lo si vedeva dal modo con cui stavano sul palco. Erano studenti universitari "in missione per conto di Dio", prima che i Blues Brothers gli rubassero la scena. Ci hanno fatti divertire, ci hanno fatto emozionare.

Trent'anni dopo (o giù di lì) a una festa - sorpresa per uno di loro, l'amico Danilo Rossi, che compiva 50 anni, me li sono ritrovati tutti lì sul palco. Formidabili. Hanno imparato a suonare, da allora? Non esattamente. Ma sono ancora un gruppo di amici, e si è visto anche in questa serata. Oggi sono architetti, imprenditori e ingegneri, hanno delle vistose pance e lo sguardo a volte confuso mentre cercano disperatamente un passaggio alla batteria, ma hanno ancora tutto il gusto di divertirsi di allora. Uno era vestito come il fratello perso di Richie Blackmore dei Deep Purple, pantaloni leopardati, parrucca biondo platino e enorme crocefisso sulla t- shirt; un altro aveva una improbabile parrucca alla Bob Marley che forse era quella di Gullit quando andava allo stadio a vedere il Milan.

Stupendi, come una volta, o forse ancor di più, perché son rimasti amici e sono ancora convinti di essere una autentica rock band. Mi hanno fatto ballare e saltare come una volta, anche se oggi non riesco a tirare più di mezz'ora, poi mi viene il fiatone e mi fanno male le caviglie. Mi piacerebbe trovarmeli lì sul palco quando farò anch'io 50 anni. Forse per allora, vista l'età, dovranno accontentarsi di fare una serata unplugged, ma andrà bene lo stesso.

Hey boys, thanx for la strepitosa Should I Stay Or Should I Go... what a night!

Ps: la registrazione completa del come back show di ieri sera sarà disponibile su Internet a breve.. ma non diteglielo, non vorrei mi scatenassero dietro qualche avvocato...

Sunday, September 16, 2007

La musica del tramonto


Ci sono canzoni capaci di evocare immediatamente molto di più di uno stato d'animo. Sanno evocare un luogo, fisico, e un momento nel tempo. Le canzoni di Donavon Frankenreiter (nome impossibile da pronunciare e da scrivere) lo fanno benissimo. Nell'acustica rilassattezza del suo eccellente fingerpicking, nella bella voce ricca di sfumature black (ricorda quella, splendida, di AJ Croce, figlio dello scomparso e mai dimenticato Jim) e nel repertorio scelto per questo disco, un semplice ep di sei brani soltanto che nello strombazzamento mediatico per le uscite di tanti "mostri sacri" d questo "autunno caldo" sicuramente passa inosservato, c'è tutta la magia e la bellezza prorompente di un tramonto sul mare. Meglio se un tramonto in quel paradiso che sono ancora le isole Hawaii, dove Donavon risiede e dove si diletta a fare il surfista a tempo pieno e il musicista in quello perso.

Splendido rappresentante di una piccola scena musicale che vede altri brillanti colleghi in altrettanti surfisti con la chitarra acustica come Jack Johnson o l'australiano Xavier Rudd, infila in questo mini cd con assoluta autorevolezza e tanta passione brani di Bruce Cockburn (Wondering Where the Lions Are), Wilco (Theologians), Dr. John (Such a Night), John Fogerty (Fortunate Son), The Band (It Makes no Difference) e Bob Dylan (Don't Think Twice, It's Alright).

Un songbook talmente ricco di pedigree che rischierebbe di spezzare le ossa quasi a chiunque; lui invece lo interpreta come se fosse seduto sulla spiaggia a guardare il sole accendere il cielo sopra le Hawaii. E ne esce vincitore. Absolutely cool.

Thursday, September 13, 2007

Io non sono qui... sono là

Tempo di voltare pagina. Non ho il coraggio di pensare cosa dovrebbe succedere se un giorno dovessi parlare male del nuovo disco di Bob Dylan. Scherzo. Ringrazio tutti quelli che hanno perso del loro tempo per partecipare al dibattito sul film I'm Not There. Divertente: sono stato invitato a presentare questo film in un cineforum che si tiene settimana prossima non vi dico dove per non trovarvi all'ingresso con i cartelli "Non fatelo entrare"...

E a proposito di nuovo disco... c'è una notizia davvero succosa che gira da qualche ora su Internet. Eccola:

Garret "Jacknife Lee" is a Grammy-award winning producer and remixer who has worked with U2, Green Day, Snow Patrol, Bloc Party and the Editors. He will also be working on Bob Dylan's new album in January 2008 with Rick Rubin.

(nella foto sotto, Rick Rubin in estatica meditazione al pensiero di lavorare con Dylan)

Dylan al lavoro per un nuovo disco. Ma soprattutto la presenza del formidabile producer (e oggi anche co-presidente della Sony americana) Rick Rubin, uno che non sbaglia mai, la mente dietro la serie di capolavori American Recordings di Johnny Cash e tanti altri dischi. Uno che agli artisti con cui lavora tira fuori il meglio. Non mi eccita molto invece la presenza di "Jacknife Lee", visti invece i nomi con cui ha lavorato. Questo disco o sarà prodotto in modo magistrale oppure potrebbe andare nella direzione di robetta commerciale buona per Mtv. L'importante è ovviamente che Dylan abbia pronte canzoni valide, sono davvero stufo di questa lounge music riciclata e di cover di vecchi blues. Tempo di voltare pagina anche per te, Bob.

Un'altra succosa notizia. A fine ottobre esce The Other Side of the Mirror, un dvd che contiene tutte le performance integrali di Dylan nelle tre edizioni del Festival di Newport a cui partecipò negli anni 60, vale a dire 1963, 1964 e 1965. Ne ho una copia e devo dire che è strepitoso (a dire il vero manca un brano, la It takes a lot to laugh del set elettrico del 65). Vedere il ragazzo passare dal folksinger in maniche di camicia-capello corto-look da attivista della sinistra liberale ad anfetaminico poeta rock visionario è una visione eccezionale.
E naturalmente ci sono le canzoni. Su tutte Chimes of Freedom nell'edizione del 64, in cui il cantautore sembra una sorta di Shakespeare posseduto dalla Musa che gli scuote corpo e testa in brividi di tensione emotiva e lirica mai visti.

(Dylan a Newport 64)

Direi che è abbastanza. Curioso che questo dvd esca così a ridosso di I'm not there. Forse per ribadire dove sta il vero Dylan? Non è là. E' qui.
Peace and good willing. Stay warm.

Friday, September 07, 2007

Io non sono qui (purtroppo c'è Todd Haynes)


Non permetterei mai a un critico cinematografico di recensire un disco, così questa non è una recensione. Poi a me il cinema non piace. Be’, mi piacciono I vitelloni di Fellini o Un mercoledì da leoni, ma poco altro. Lo trovo un mezzo limitato ad esprimere in un paio di ore storie, persone, fatti. Le vite della gente insomma. Oggi impazzano i biopic, e per la cronaca ho trovato quello su Johnny Cash pessimo. Todd Haynes si è preso la briga di fare il biopic su Dylan, ma Todd Haynes non ha cuore. Lo aveva già dimostrato con Velvet Goldmine, storia del Lou Reed e del David Bowie primi anni 70. Non sa cogliere il mistero che c’è dietro ogni grande storia di rock’n’roll, sa solo cogliere l’estetica, l’effettistica, quello che usualmente si dà in pasto al popolo bue. Così ha fatto anche questa volta, riducendo Bob Dylan a una icona da ingoiare forzatamente.

Per raccontare la vita di Dylan si è inventato qualcosa che lui pensava fosse originale e geniale, ma lo stesso Dylan lo aveva fatto già trent’anni prima, con quel grande film che fu Renaldo & Clara. Cioè confondere vita e realtà con personaggi fittizi che entrano ed escono dalla storia, ognuno dovrebbe rappresentare un lato della vita del protagonista. “Io è un altro” diceva Rimbaud, da sempre il motto stesso che Bob Dylan ha scelto per se stesso, e che Haynes pensa di aver inventato lui. Così abbiamo sei personaggi che rappresentano sei lati della vita di Dylan
Ma come?

Haynes ha preso porzioni larghissime di due classici documentari (Don’t Look Back e No Direction Home) che già dicono tutto quello che c’è da sapere su Bob Dylan, e li ha ‘trapiantati’ nel film di sana pianta. Ora: non fossero mai usciti quei due film, tutti grideremmo ‘fantastico’, ma preferisco guardarmi gli originali, almeno lì c’è il vero Dylan.
Intorno ha costruito queste storielle che non ci azzeccano praticamente nulla: la parte di Richard Gere, ad esempio, è buttata lì solo per avere ‘il grande nome’, ma è di una forzatura addirittura umoristica: il fuorilegge del West? Bob Dylan come Billy The Kid? L’ex Mister Jones che è diventato costruttore di autostrade e vuole schiacciare i piccoli proprietari terrieri? Ma per favore. Haynes aveva bisogno a tutti i costi di buttare dentro qualche frecciata politichese a Bush etc, e così ha fatto.


Tutto il film ruota poi intorno al (noiosissimo) divorzio tra Robbie (divo del cinema che rappresenta il Dylan anni 70) e la moglie Claire, un mix tra Suze Rotolo e Sara Dylan (sembra però una giovane Patti Smith) con scene insopportabili di (finto) dramma familiare.
Il Dylan folksinger (Jack Rollins) è terribile, finto come un pomodoro marcio e ritratto come un deficiente (il discorso con cui Dylan nel’ 64 attaccò i liberal sembra qui una farsa).

Jude, il Dylan del periodo elettrico '65-66 (una strepitosa Cate Blanchette, devo ammetterlo) non fa altro che recitare lunghissimi monologhi tratti da dichiarazioni dell’epoca di Dylan, ma sono buttati lì, spesso fuori contesto e annoiano a morte, così come quella filmografia stile psichedelia di quarta mano anni 60. Mi è piaciuta la scena in cui Dylan e i Beatles giocano sul prato con le voci da bambinetti, e un po’ lo scontro con il giornalista Mr. Jones. Ma la scena in cui Dylan e band a Newport si girano verso il pubblico e tirano fuori i mitra sparando sul pubblico… cinema di terza categoria, Todd…


Naturalmente il Dylan della svolta cristiana è ritratto come un mentecatto che predica davanti a quattro reduci hippie dal cervello bruciato.


Chi conosce Dylan, si annoierà; chi non lo conosce penserà: Bob Dylan è l’uomo più noioso del pianeta, chi se ne frega delle sue masturbazioni mentali e dei suoi guai familiari?
Resta la goduria di ascoltarsi in bella stereofonia tante canzoni di Bob (ottima la scelta di Idiot Wind da Bootleg Series invece che da Blood On The Tracks) e le cover, su tutte la formidabile Going To Acapulco del bravissimo Jim James dei My Morning Jacket.

Se potete riguardatevi Masked & Anonymous: quello era un grande film…

Wednesday, September 05, 2007

American gothic


"Gosh! There’s four churches on this corner and three of them have longer names than you could possibly envision a Church having like "The Greater Inner Light Fantastic Celebration of the Pentecostal Uprising With Cherokee Arrow Stuck In The Side" (Jim White)

Se Robert Johnson aveva un demonio che lo inseguiva, Jim White ha un Gesù Cristo strabico sulle sue tracce. Wrong Eyed Jesus si chiamava appunto il suo affascinante e inquietante disco d’esordio di una decina d’anni fa. Come Robert Johnson, anche Jim White viene dal profondo Sud degli States, ma non è nero e non fa il blues. È bianco, negli anni 80 faceva il fotomodello a Milano e si beccò una scimmia sulle spalle per via di certe sostanze stupefacenti che fanno bello e splendente il fashion world (ma non ditelo in giro). Tornato a casa, da qualche parte tra Mobile e Pensacola, si mise a scrivere canzoni, mentre leggeva un racconto di William Faulkner e uno di Flannery O’Connor. Scoprì di avere un’anima, per quanto perduta tra uno swamp della Louisiana e un trailer, una di quelle case viaggianti che ci sonosolo in America, in Alabama. Quell’anima non ha ancora smessa di cercarla, e tra dischi dai nomi bizzarri (“Scava un buco nel substrato e dimmi cosa vedi”) e un affascinante documentario (“In cerca del Gesù strabico”, ovviamente) dedicato ai demoni e agli angeli che abitano quel lembo di terra, sta per uscire quello che forse è il suo disco più bello, Transnormal Skiperoo. Altamente consigliato, se anche voi avete un Gesù strabico che vi sta addosso.

“I think really really really the whole American ideal of the proper family life being, you know, you always take your promotion at your job even if it takes you away from your roots. America is very uprooted. When you get to that new town you have no family there or purpose of being. It’s like a plant with no roots, if the wind blows, it’s going to blow it away. I think America is a country without a lot of roots. That’s why I like the South so much because I feel that the roots are a little deeper, there’s culture and foundation. People blow away less in the South than other places, but it still has some of the fine qualities of America in that the people aren’t entrenched and there isn’t a cultural inertia. Like when you go to Europe there’s a sort of inertia that keeps it stable, which you really notice when you come back to America. It’s not there. That stability is just not there. I mean most medium size cities, you know, Pensacola being the bottom of the medium size spectrum” (jim White)


(Le foto in questo post sono tutte di Jim White)

Tuesday, August 28, 2007

La chitarra dei miracoli & altre storie


Autunno caldo in vista: il 16 ottobre Neil Young arriva con Chrome Dreams II (stiamo aspettando Chrome Dreams I dal 1976 ma va bene lo stesso), annunciato come il nuovo After the Gold Rush. Speriamo, perché Living with War faceva veramente schifo.

Fine ottobre tornano gli Eagles, con il primo disco in studio dal 1979: ci hanno messo trent'anni a far ghiacciare l'inferno, come dicevano loro.

Poi torna ad ottobre anche la Signora dei canyon: non ci mancava granché, Joni Mitchell, visto che non ha fatto più un disco degno del suo nome da metà anni 70, ma staremo a vedere.

Chiudiamo in bellezza: il 2 ottobre arriva la "magia" di Bruce Springsteen: Magic è un disco con la E Street Band e il singolo, Radio Nowhere, è scaricabile gratuitamente da oggi un po' dappertutto. Carino, tre minuti secchi come ai bei tempi delle radio rock, quelle di American Graffiti, un bel sound garage come Bruce mai prima (grzie, Brendan O'Brien) e una melodia che ricorda tanto i gloriosi Clash.

Non sentivo proprio il bisogno di un disco (e un tour) con la E Street Band, comunque: il mondo che Springsteen stava cominciando a scoprire grazie al tour con la Seeger Sessions Band non meritava di essere accantonata così presto. Così mi piace sentirlo parlare della "chitarra dei miracoli" ancora una volta. C'è anche un accenno a When the Saints Go Marchin' In, una canzone che ormai associerò sempre all'amico Claudio Chieffo. Il suo è l'unico disco nuovo che vorrei tanto fosse annunciato in questi giorni.

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