Saturday, December 27, 2008

Settimane astrali

Ho lasciato l'ufficio l'anti vigilia di Natale con una copia del nuovo disco di Van Morrison, Astral Weeks Live at Hollywood Bowl, che uscirà a metà di febbraio 2009. E' la documentazione dei due concerti tenuti dall'irlandese lo scorso novembre per ricordare il quarantennale di uno dei dischi più affascinanti e misteriosi di tutti i tempi, Astral Weeks appunto.
Il risultato, tenuto conto che in vent'anni circa non sono mai riuscito a vedere un concerto di Morrison degno del suo nome - e ne ho visti tanti -, dell'età dell'artista e della difficoltà dell'esecuzione di un disco così particolare, è sopra ogni aspettativa. Formidabile. Da sottolineare - anche se non c'entra niente con Astral Weeks - uno dei due bis finali, una versione di Common One da brivido, degna di quel capolavoro assoluto che fu uno dei più grandi dischi di tutti i tempi, It's too late to stop now, da cui in questi giorni sto ascoltando a ripetizione un estratto di Astral Weeks lì presente, la pazzesca e mozzafiato esecuzione della bellissima Cyprus Avenue. Che termina appunto nell'urlo rauco e possente: "ITS TOO LATE TO STOP NOW!". Quando la musica faceva paura.
Così, affascinato da queste musiche, ho recuperato anche un bel dvd, Van Morrison a Montreux nel 1980, che presenta una sua performance di altissimo livello. In particolare una It Stoned Me a tempo accelerato davvero esaltante.

Tra un piatto di bollito e uno zampone, sto gustando anche il nuovo disco del sempre bravissimo Neal Casal, Roots and Wings ("le radici e le ali", come direbbero i Gang), uno che se il mondo girasse nel verso giusto invece di essere lui il chitarrista di quell'occasione mancata che risponde al nome di Ryan Adams, sarebbe questi il suo chitarrista. O forse manco quello, magari il roadie. Disco perlopiù acustico, suonato benissimo, pieno di canzoni dal fascino antico e suggestivo.

Infine, come contorno ci metto un Dylan ad altissimo tasso emozionale, il concerto del 19 novembre 2001, tenuto sulle macerie ancora fumanti delle Twin Towers, dove il cantautore rivendica il suo ruolo di voce di una città: "Quasi tutte le canzoni che ho suonato stasera sono state scritte in questa città. Non ho bisogno di altro per dire quanto è importante per me New York". Oltre una It aint me babe da pelle d'oca con assolo di armonica che non sembra finire mai e una fierissima Hard Rain sputata con disprezzo in faccia agli assassini, una Just like Tom Thumb's Blues che finisce con il pubblico del Madison Sqaure Garden in tripudio alle parole di "I'm goin' back to New York City, I do believe I have enooooough!".

Se non ci sentiamo ancora, tra una scossa di terremoto, una tempesta di vento e un freddo polare, buon fine di questo anno (solo adesso mi sono accorto che il 2008 era bisestile, si spiegano tante cose...) e miglior inizio di quello nuovo.

Tuesday, December 23, 2008

Che sia il Natale dei pazzi

“Paura della pazzia. Vedere pazzia in ogni sentimento che miri direttamente a una mèta e faccia dimenticare tutto il resto. Che cosa è allora la non-pazzia? Non-pazzia è stare come un mendicante davanti alla soglia di fianco all’ingresso, marcirvi e crollare.
Eppure P. e O. sono pazzi disgustosi. Ci devono essere pazzie più grandi di coloro che ne sono affetti. Questo espandersi dei piccoli pazzi nella grande pazzia è forse ciò che disgusta.
Ma ai farisei non apparve anche Cristo in queste condizioni?”


(Franz Kafka)

Auguri

Friday, December 19, 2008

Un tempo immemorabile. A Seattle

The phone don't ring
And the sun refused to shine
Never thought I'd have to pay so dearly
For what was already mine
For such a long, long time
We made mad love
Shadow love
Random love
And abandoned love
Accidentally like a martyr

The hurt gets worse and the heart gets harder
The days slide by
Should have done, should have done, we all sigh
Never thought I'd ever be so lonely
After such a long, long time
Time out of mind


Nell’autunno del 2002 Bob Dylan si apprestava a riprendere la strada per una nuova serie di concerti. Non era niente di nuovo, apparentemente, solo una nuova tappa del Never Ending Tour che questa volta sarebbe cominciata da Seattle, nord California.
Niente di nuovo, ma in realtà molto di nuovo. Quella serie di concerti avrebbe segnato un nuovo, ma drammatico, cambiamento, nell’approccio live del cantautore americano. Niente di nuovo neanche qui, visto che era tutta la vita che Dylan lo faceva. Per alcuni (probabilmente solo io) l’inizio della sua parabola discendente.
La sera del 4 ottobre, a Seattle, quando sul palco si notò la presenza di un pianoforte elettrico modello Casio, tutti si chiesero se Dylan avesse assoldato un tastierista. Invece sarebbe stato lui a mettersi dietro alle tastiere. Non lo avrebbe fatto per tutta la serata, ma ben presto sì, quello sarebbe diventato il suo strumento preferito, e addio alla chitarra. Il che dura tutt’oggi, anche se nel tempo Dylan ha imparato a conoscere i vari tasti che la caratterizzano, adesso preferendo la sonorità “organo” a quella “pianoforte”. Con un solo problema: Bob Dylan non sa suonare né il pianoforte né l’organo. Il suo, quella sera, era un “plink plonk” scoordinato e fuori tempo, il più delle volte tenuto saggiamente nascosto nel mixeraggio complessivo degli strumenti dal palco.

Non era solo lo strumento del cantautore che cambiava, ma anche la voce. Nulla di nuovo ancora una volta: in quarant’anni di carriera Bob ylan aveva più volte cambiato la voce di quante volte io abbia cambiato automobile in vent’anni (e ne ho cambiate parecchie). Ogni volta, però, era una sfumatura, un approccio, un qualcosa di diverso, ma che fondamentalmente lasciava intatta la voce. Che non è mai stata bella, per gli standard di Tin Pan Alley, ma affascinante, inquietante, tagliente, sardonica, con quel fraseggio unico che nessuna ha mai avuto nel campo della musica popolare. Adesso invece era solo una voce affaticata. Che mostrava, sera dopo sera, gli inevitabili segni di un deterioramento impossibile a fermarsi. Qualche spiritoso gli affibbiò un nuovo (niente di nuovo…) soprannome: The wolfman, l’uomo lupo. A volte gli mancava il respiro, altre quella voce un tempo orgogliosa e sprezzante crollava a terra in un rantolo doloroso.

E se vi sembra abbastanza, no, non lo è ancora. Non era finita qua. Quella sera a Seattle avrebbe mostrato altro ancora. Dopo una iniziale, rara, ma suonata recentemente anche in Europa, Solid Rock, il quarto pezzo in scaletta lasciò il pubblico a domandarsi se stesse ascoltando un inedito di Dylan. Solo quelli, là in mezzo, che conoscevano uno dei più grandi songwriter americani di sempre (a volte mi viene da pensare, il più grande – dopo Dylan naturalmente) ebbero un sussulto. Erano le note, seppur affaticate nella versione di Dylan, della straordinaria Accidentally like a Martyr. L’autore? Mister Warren Zevon.
Non sarebbe finita lì, perché nel corso della stessa serata di Zevon avrebbe eseguito anche la violenta Boom Boom Mancini e la dolcissima, tristissima Mutineer.

Che sta succedendo qui, mister Jones? Il mondo dei fan si sarebbe scatenato a cercare la risposta su Internet, per scoprire che Bob Dylan aveva deciso di omaggiare un amico morente. Warren Zevon era stato dichiarato malato terminale: il tumore che lo aveva colpito gli lasciava pochi mesi di vita. Per tutto quel tour autunnale Dyan avrebbe continuato ad omaggiarlo, senza mai perdersi in banali discorsetti dal palco sul perché e percome avesse deciso di cantare quelle canzoni: era la musica che parlava, non c’era bisogno di aggiungere altro. Come dire: queste canzoni sono troppo belle perché vadano dimenticate e se adesso il suo autore non può più cantarle, allora lo farò io, un'ultima volta. E poi, le sere dopo,inserendo altri pezzi di Zevon in scaletta, ad esempio Lawyers, Guns and Money. Mai, nella storia del rock, si era assistito a una cosa del genere. Di solito, i tributi si fanno quando l’amico è già nella cassa. Interrogato (Zevon si sarebbe recato a vederlo quando il cantautore avrebbe suonato a Los Angeles, qualche sera dopo), Warren avrebbe detto che queste esecuzioni di sue canzoni da parte di Bob Dylan erano il punto più alto della sua carriera.
Se Mutineer la si può ascoltare nel tributo su cd Enjoy Every Sandwich, fu Accidentally like a Martyr il momento più commovente di questo evento. Ogni sera Bob Dylan, cercando di recuperare ciò che restava della sua voce, avrebbe lasciato srotolare la splendida e maestosa melodia del brano, fino al punto in cui la canzone dice “time out of miiiiiiind”. Già, proprio come il titolo del suo disco di qualche anno prima, Time out of Mind. Un tempo immemorabile, dove risiedono la pietà, la bellezza, il sogno e la speranza. Della vita che non muore. Dove esiste quella “tower of song” di cui canta Leonard Cohen, Dove i poeti, i santi e i peccatori si ritrovano. In un tempo immemorabile. Dove ogni sera trovava rifugio, nel cantarla, il cuore addolorato di Bob Dylan.
Che si può ascoltare qua: http://www.box.net/shared/static/t5sjjbdc3i.mp3

Quel tour avrebbe visto Dylan, sin dalla serata di Seattle, affrontare altre cover: una sorprendente, esplosiva e virulenta Brown Sugar degli Stones; Old Man di Neil Young (che sembrava cucita apposta per lui visto l’argomento toccato…) e finanche una incredibile End of the Innocence, del cantante degli yuppie per eccellenza, Don Henley. Che nella versione di Bob Dylan diventava magnificente.

Era diventato il “cover tour”, il tour delle cover, e in modo sorprendente erano proprio questi brani altrui che Dylan eseguiva nel modo migliore, lasciando noia e routine alle sole sue canzoni. Per quando il tour avrebbe raggiunto New York, per le sue ultime date, era morto un altro grande amico, George Harrison. Nella sera del 13 novembre una nuova cover sarebbe stata aggiunta, per una sola e unica volta: Something.
Warren Zevon, invece, sarebbe morto undici mesi dopo quella sera di Seattle, il 3 settembre 2003. Nel suo ultimo disco, registrato durante la malattia e pubblicato postumo, ringraziava Bob Dylan cantando la canzone di chi si appresta al grande e ultimo viaggio, Knockin’ on Heaven’s Door.

Wednesday, December 17, 2008

The ballad of Jacksie James

La prima volta che lo vidi, era seduto a un tavolo di ristorante, tra Eric Andersen e Rick Danko. Non parlava mai, mi faceva venire in mente il Phil Spector che si vede per pochi minuti nel film Easy Rider. Un personaggio misterioso e alquanto sinistro. Avrei giurato che nella tasca della giacca tenesse nascosta una calibro 45.
Poi ho imparato a conoscerlo. Un uomo, un mito. Uno dei pochi music fan che ha anche il dono dell’umorismo, che non passa il tempo a catalogare le b-side di dischi rari, ma preferisce una buona bottiglia di vino e la compagnia di qualche bella ragazza a noiose discussioni se sia più importante un disco di Dirk Hamilton o uno di Tom Russell. Anche se oggi l’alcol non è che lo regga più così tanto: una volta ho dovuto anche metterlo a letto, non riusciva neanche a togliersi i pantaloni. E dire che non avevamo mica esagerato così tanto.

In tempi impossibili, quando il mestiere di music promoter in Italia non esisteva neanche, parlo della fine degli anni 70, lui volò fino a Woodstock per fare conoscenza con una delle più grandi leggende della musica d’autore, quell’Eric Andersen che se il mondo girasse per il verso giusto oggi dovrebbe avere un posto a fianco, dal punto di vista del successo commerciale, dei vari James Taylor e Jackson Browne. Per quanto riguarda il posto artistico, quello di Andersen è ben al di sopra di Taylor o Browne. Nel 1980 lo portò a suonare in Italia. Che coraggio. Ma erano altri tempi, c’era talmente tanta fame di musica americana che, con una chitarra acustica e accompagnato da un bassista e basta, Andersen si trovò a suonare davanti a più di 3mila persone a un festival dell’Unità.
Le loro avventure on the road le racconterò un’altra volta, citerò soltanto che il buon Eric si spese quasi tutto l’ingaggio per comprarsi un vestito di Armani che poi dimenticò in albergo, mentre una delle sue girlfriend lo buttava fuori della camera pesto e sanguinante. Rock stars…

Con lui ho passato momenti indimenticabili, ad esempio guidando per le strade della Svizzera con a bordo Eric Andersen e Bob Neuwirth: ci mancava solo Bob Dylan e poi avremmo ricostruito esattamente una scena al Greenwich Village metà anni 60. Al ritorno da uno splendido concerto, riuscimmo anche a perdere la strada.
Devo dire che è anche un po’ bastardo: quando Andersen lo invitò a casa sua in Norvegia, dove alloggiava anche Lou Reed e a cui lui insegnò a cucinare gli spaghetti con sugo di pomodoro mentre questi canticchiava “walk on the wild side…”, venne anche portato a fare la conoscenza di Bob Dylan prima di un concerto di questi a Oslo. A me non mi invitò. Ma l’ho perdonato: in fondo, io non l’ho invitato quando Joni Mitchell mi ha invitato a casa sua. Me la sono anche fatta, questa non te l’aveva ancora raccontata, Jacksie.

Ecco, quello è il nome con cui lo chiamano gli amici e le leggende del rock che lui frequenta abitualmente, in quel di Carpi, tra Modena e Correggio: Jacksie. Da anni mi manda quello che è il regalo di Natale che più apprezzo: una compilation cd a tema. Ne ha fatte di tutti i colori: canzoni sulla guerra, sui fiumi o sugli outlaws del vecchio west. Ci trovo sempre pezzi rarissimi di cantautori formidabili di cu non avevo mai sentito parlare. Per non parlare della bonus track che quasi sempre ci infila dentro, un pezzo dove canta lui e suonano i suoi amici. Meglio degli Squallor.
Quest’anno ha festeggiato il decimo anniversario dell’iniziativa addirittura con un doppio cd, anche se devo dirti, caro Jacksie, che con tutti i grandi pezzi di Willy DeVille, perché mai hai pensato di infilarci una delle sue poche ma evidenti porcate, con quel synth e batteria elettronica?

Comunque io voglio bene a quest’uomo. È un amico, un grande amico. L’ultimo romantico, l’ultimo vero fuorilegge tra la via Emilia e il west. God bless you, Jacksie.
Ps: siccome è una star, non vuole essere ripreso dalle macchine fotografiche. Ecco perché una foto di Brad Pitt nei panni di Jesse James, ma in realtà lui è ancora più figo di Brad.

Sunday, December 14, 2008

Quei maledetti 22 minuti

Gran vociare per la clamorosa denuncia (penale) che Claudio Trotta, patron di Barley Arts, una delle più importanti agenzie di promozione concerti italiane, ha ricevuto per colpa di Bruce Springsteen.
Motivo? Aver sforato di 22 minuti l'orario imposto lo scorso giugno durante il concerto del Boss allo stadio San Siro/Meazza di Milano. Il permesso infatti scadeva alle 23 e 30, ma Bruce ha voluto regalare un altro bis al suo pubblico. Adesso, dopo esposto di 46 residenti della zona, è scattata una denuncia che potrebbe portare anche al carcere.
A parte che una denuncia di tal genere dimostra la schizofrenia in cui oggi si muove certa magistratura (il penale lo si usi per casi adeguati e non per 22 minuti di musica in più), tutti a dire che questi residenti cattivi che dovevano comprarsi casa altrove porteranno alla fine della musica live a Milano, e proprio in vista di un evento come l'Expo.

Mah. Tutta la solidarietà a Trotta naturalmente, ma diciamocelo: uno stadio non è stato costruito per i concerti. A parte che la qualità della musica, dentro a San Siro, fa vomitare (e viene da chiedersi che grado di nebbia abbia ormai ottenebrato il cervello di chi gode a sborsare un sacco di soldi per andare a sentire un concerto in uno stadio dove si vede e si sente malissimo e dichararsi poi anche contenti e pronti a rifarlo), è innegabile che chi viva nelle sue vicinanze abbia anche dei diritti. Senza arrivare al penale, ovviamente. A me rompe i coglioni anche la festa annuale dell'oratorio sotto casa mia, che fanno casino e musica fino all'una di notte. Ma è un giorno all'anno. I concerti allo stadio ormai sono il must che ogni musicista deve avere nel curriculum per dire che è un grande. Come nel caso di certi musicisti italiani che regalano i biglietti pur di arrivare a riempire lo stadio e far vedere che ce l'hanno fatta.

Diciamo poi che in Italia nessuno, e i promoter italiani anche, ha mai pensato a costruire luogh deputati alla musica, e alla musica soltanto. Bill Graham, leggendario promoter americano, quello che ha lanciato tutta la scena di San Francisco e non solo, inaugurando ad esempio i due Fillmore, West e East, aprì negli anni a sue spese meravigliosi posti per concerti, ad esempio lo Shoreline Amphitheatre, lontani dalle residenze abitative e con acustica e visuale favolose.
In Italia come sempre ci si aspetta l'intervento dall'alto, dello stato o di chissà chi. Mai sborsare e rischiare di tasca propria, che infilando la gente negli stadi o nei palazzetti si guadagna bene e non si spende un tubo. Al Forum di Assago - comunque costruito per il basket e NON per la musica -, ancora oggi i parcheggi sono campi di patate dove in caso di pioggia si sprofonda nel fango, non esistono uscite regolari dai parcheggi e manca ancora un servizio adeguato per arrivarci e tornare a casa senza macchina.
Avanti così allora, freghiamocene di chi paga il biglietto. E togliamo la denuncia penale a Trotta. Magari facciamo pagare una multa a Bruce?

Thursday, December 11, 2008

Here today, gone tomorrow

A volte penso che i Ramones siano stati l'unico, il più grande e memorabile gruppo rock di tutti i tempi. Hanno scritto grandi canzoni? No. Erano musicisti o cantanti dotati di classe superiore? No. Hanno cambiato il corso della storia della musica? No. Però avevano l'attitudine, che non è il look, ma avere la coscienza di cosa voglia dire fare questa musica. "Johnny Ramone aveva stampato il ghigno del non c'è domani", ha detto qualcuno. Perché poco importa imbastire concerti di alto livello se non stai suonando sempre come se fosse l'ultima occasione della tua vita. E per i Ramones era sempre così.
E a proposito di look: le mode rock nascono e spariscono. Cioè, magari ogni tanto lo stilista di turno decide che è ora di tirare fuori dalla soffitta il modo di vestirsi da hippie, o da rocker anni 50, o da quel che volete (per fortuna le pettinature stile anni 80 non tornano mai), ma il look che i Ramones si erano inventati non è mai passato di moda. Ogni tanto mia figlia 14enne - e siamo nel 2008 - mi sembra Joey Ramone: capelli lunghi sugli occhi, chiodo nero, jeans strappati (sì li hanno inventati loro a metà anni 70 e da allora non sono mai passati di moda) e scarpe da tennis. Troppo figo.E il modo di stare sul palco. Ok Chuck Berry, o Pete Townshend che mulinava il braccio mentre suonava la chitarra, ma dopo Johnny Ramone con le gambe spalancate e la chitarra bassissima e lo sguardo sempre a terra, non si è mai più visto un chitarrista stare sul palco in modo altrettanto formidabile ed epico.

Oggi stavo facendo una ricerca per lavoro e mi sono imbattutto nella storia di quando, nel gennaio 2005, fu inaugurata una statua di bronzo al cimitero di Hollywood, dove Johnny è sepolto. Erano presenti gente come Rob Zombie, Eddie Vedder, John Frusciante e tanti altri. Alcuni non riuscirono a spiccicare parola, al momento di tenere un ricordo, perché scoppiavano in lacrime. Il cantante dei Pearl Jam diceva che, per uno come lui che era cresciuto senza un padre, Johnny Ramone aveva ricoperto lui quel ruolo. Dicono che il chitarrista dei Ramones, politicamente, fosse piuttosto di destra. E allora come fa uno di sinistra come Vedder a dire certe cose? E' rock'n'roll baby. Fanculo la politica.

Non si sono mai presi sul serio, cantavano dell'essere dei cretini,del non voler diventare adulti e non sapendo scrivere canzoni memorabili, hanno evitato l'imbarazzo di quei "geni" della musica rock che, avendo scritto tre o quattro canzoni memorabili, si sono ricoperti di ridicolo per il resto della loro carriera ogni volta che ci hanno riprovato.

Sono solo uno dei tanti gruppi che avrei potuto ma non sono mai riuscito a vedere in concerto. E adesso che sono tutti morti, sarà difficile farlo. Avrei potuto, quando vennero a Milano nei primissimi 80, ma declinai. La mia amica che ci andò tornò tutta incazzata: "Cazzo che merda. Hanno suonato pochissimo e ogni pezzo durava due minuti. E poi erano tutti uguali". Forse pensava di andare a vedere Jackson Browne.
Sì, credo proprio di sì: i Ramones sono stati l'unico, il più grande gruppo rock di tutti i tempi.

Sunday, December 07, 2008

Old friends (and the best of the rest)

Mentre cerco di fare mente locale su quali siano i miei dischi preferti del 2008, mi porto avanti con il lavoro. Ready for the Flood, il disco della reunion di Mark Olson e Gary Louris, menti brillanti del miglior gruppo di alternative country - ma in realtà un vero e proprio gruppo classic rock - degli anni 90, esce a fine gennaio 2009. Lo sto già ascoltando, ma per adesso non mi sembra granché. Composto e registrato prima dell'uscita recente dei due dischi solisti di Louris e Olson (il buon Vagabonds del primo, lo zoppicante Salvation Blues del secondo), mostra che forse i due già pensavano ai propri lavori anziché che a questo. Che nonostante la produzione di Chris Robinson dei Black Crowes, appare dimesso, svogliato, privo di pezzi memorabili, abbastanza sfigato. Essenzialmente acustico, piace nei brani più intimi, in arpeggiate ballate folkie che ricordano Simon & Garfunkel, ma non lascia alcun segno nel resto. Avrebbe meritato altra produzione e altre canzoni. O forse sono io che in giornate tra le più depresse dei miei anni recenti, non riesco a coglierne il vero contenuto.
E allora torno ai dischi che mi sono piaciuti di più di questo anno a fine corsa, e la lista ci metto poco a farla. Di dischi nuovi, a parte le ristampe, non ne ascolto granché, quei pochi che mi piacciono preferisco approfondirli e tornare a gustarli, scavarli a fondo, e così tante, tantissime uscite non mi prendo neanche la cura di perderci del tempo. Non sono un tuttologo e ho poco tempo a disposizione.
Ecco qua, allora: Shelby Lynne, con il suo tributo emozionante a Dusty Springfield; i Black Crowes di War Paint; i Rem di Accelerator perché mi hanno dato una sana dose di rock'n'roll; i Fleet Foxes, abbastanza misteriosi per intrigarmi; Jakob Dylan, perché ha una voce e buone storie da raccontare; JJ Grey & Mofro, Orange Blossoms è il miglior disco di black music dai tempi di Papa Was a Rolling Stone, e poi, tutti assieme da angolature diverse, Neil Diamond, Marianne Faithfull e Paul McCartney-Fireman.Quest'anno ci metto anche due italiani,mi succede di rarissimo, Davide Van De Sfroos e Francesco De Gregori, perché mi hanno fatto compagnia. E tanto basta.

Tuesday, December 02, 2008

Così è. Se vi pare


Alla fine l’ho fatto. Non è che i bei commenti ricevuti ultimamente su questo blog (grazie, però… troppo buoni) siano stai la ragione scatenante. Ci stavo lavorando da anni, in realtà. Poi l’ho proposto a editori grandi e piccoli e ognuno aveva la sua risposta: dovresti cambiare questo e quello, ma come facciamo a promuovere un libro così, oggi c’è la crisi… blah blah blah.
Tanto, anche se lo pubblicavo con Mondadori, un libro di storie di Paolo Vites non lo avrebbero mai messo in vetrina. Sarebbe finito a fare la polvere sotto a qualche tavolo. Per non parlare delle offerte economiche che uno scrittore esordiente si sente proporre. Anche con questo sistema del self publishing praticamente non ci guadagno niente, ma almeno non ho dovuto cambiare una virgola.

I lettori di questo blog mi perdoneranno, di fatto questo libro contiene un “best of” di quanto qui pubblicato nel corso degli anni, però rivisto, ampliato e poi anche diversi racconti inediti. In fondo io sono abbastanza vecchio da preferire ancora il buon libro su carta a un computer, che quando fai click tutto si spegne, anche quello che hai scritto. Il libro invece rimane. Lo puoi sempre portare con te al gabinetto, dove si fanno, è risaputo, le migliori letture. Il computer al gabinetto è un po’ scomodo.
Così spero che chi avrà la bontà di ordinarlo presso questo sito http://ilmiolibro.kataweb.it/ lo possa apprezzare come un diario, una riflessione, una serie di appunti sparsi che, soprattutto, ci tenevo un giorno le mie figlie potessero andare a sfogliare per sapere cose di loro padre che difficilmente avrei saputo comunicare in altro modo.

È uno sporco lavoro, ma qualcuno doveva farlo…