Saturday, November 21, 2009

Blues power

E' un problema tutto mio, ovviamente, tipico di un ragazzino cresciuto, prima di scoprire Bob Dylan, con Lucio Battisti, Cat Stevens ed Elton John nelle orecchie. Musica melodica, musica che non contiene alcun segno di blues. E il blues, quello vero, quello anteguerra, quello acustico di Robert Johnson, Mississippi John Hurt o Charlie Patton ancora oggi faccio fatica ad ascoltarlo. Anche Blind Willie McTell, che nessuno canta il blues come fa lui. Certo, so riconoscere la grande capacità compositiva innata che avevano questi personaggi, ma spesso mi sembra cantassero davvero male e suonassero peggio. Anche i fantasmi, le presenze demoniache e la paura che Eric Clapton o Greil Marcus trovavano nei blues di Robert Johnson io non ce li ho mai sentiti. Leggendo i testi sì ovviamente, ma a me sembra che Johnson cercasse piuttosto di fare il verso ai crooner, i cantanti melodici pop di allora, con quella vocina tutta vellutata e impostata che aveva.
Mi piacciono però Muddy Waters e Howlin' Wolf, il blues elettrificato, probabilmente perché ci sento dentro le prime anticipazioni di rock'n'roll, e questi avevano delle voci straordinarie, erano performer da paura veramente, esperti in studio e sul palcoscenico. Insomma: se devo andare all'epoca pre-rock'n'roll per me vince sempre Hank Williams contro Robert Johnson (e non sono razzista).

Se però devo ascoltare del blues, finisco sempre ad ascoltare quello che ne fanno i bianchi. Non ci posso far niente, è un problema mio, è un problema di radici e di cultura. Ancora oggi la più devastante e tenebrosa esecuzione blues per me rimane Crossroads come la fece quella sera Eric Clapton al Winterland di San Francisco, quarant'anni fa. E' l'assolo di chitarra più violento e terrificante della storia del rock (con tanti saluti a tutti i chitarristi metallari e compagnia). E' il blues trasfigurato e adattato a un mondo del tutto differente, ma certamente che ha più in comune con me dei campi di cotone del Mississippi degli anni 30. Altre volte ascolto l'Allman Brothers Band al Fillmore East e non mi basta mai.
Oppure tiro fuori Blues from Laurel Canyon di John Mayall, il suo ultimo grande disco. Blues bianco, bianchissimo, composto e registrato durante una vacanza nella mecca degli hippie di allora. Per qualche motivo, sia questo disco che quella Crossroads furono registate nello stesso anno, il 1968, quasi che il blues fosse l'unico modo rimasto per interpretare quello che stava accadendo nel mondo attorno. Se i canoni tipici del blues sono alla base di tutto il lavoro, con quei riffoni presi qua e là nel repertorio dei neri, Mayall parte per un viaggio in acido, scarnificando e facendo del blues una rilettura minimale a volte, altre lasciando esplodere chitarre e tastiere, batteria e armonica, la voce ululante, evocando veramente i fantasmi e i demoni che Robert Johnson si era limitato a descrivere. Questo è un disco che fa paura. E' gothic blues, questo. Il blues è un'eco da un mondo scomparso che si cerca di evocare, come un sabba all'LSD. Mick Taylor, di lì a pochissimo nei Rolling Stones, ragazzino di 17 anni (!), suona come non suonerà mai più in vita sua. Scava e taglia, sanguina e implora, bestemmia e trancia, sfidato da John Mayall davanti a lui ad andare dentro un viaggio nell'ignoto.
Ecco. Questo è il blues per me. Quando la formula viene trascesa e si parte per non si sa dove. Qalche anno fa vidi John Mayall in concerto, e fu una bella delusione. Ormai incapace di sfidare i demoni che una volta aveva scatenato, ridotto a fare quello che fanno tutte le blues band da bar che infestano festival e locali anche di casa nostra: routine, e pure noiosa. Due anni fa ho visto anche Mick Taylor, e considerando che l'inferno questo ex ragazzo l'ha attraversato in lungo e in largo, seppur lontano anche lui anni luce dai fantasmi di Laurel Canyon, è stato molto più dignitoso. In alcuni pezzi la sua chitarra faceva ancora male, e molto. Ad esempo quando ha invitato sul palco Blind Willie McTell, cortesemente mandato lì da Bob Dylan. Allora sì che ho capito che nessuno ha mai cantato il blues come lui.

18 comments:

Mick-Blackstone said...

C’eri al concerto di John Mayall con la sua strana chitarra a goccia al Palalido di Milano ( non ricordo l’anno ), quello con gli Atomic Rooster , batterista Carl Palmer , ed i Blowing Pig con Noel Redding alla chitarra , nel periodo Mayall-senza batteria se non ricordo male ?

Paolo Vites said...

oddio no.... io l'ho visto soltanto un 5, 6 anni fa

Mick-Blackstone said...

Peccato, anche se non si capiva niente , amplificazione Davoli fatta in casa , un sacco di casse sparse per la platea , si sentiva solo uno stormo di bombardieri passare sul palalido , ma per chi come me aveva 18 anni è stata una serata da ricordare...:o)

Paolo Vites said...

eh be' ci credo...

Skywalkerboh said...

mi hai fatto sorridere pensando a come si dovevano sentire tutti gli strumentisti che hanno suonato per Johnny Lee Hooker, che non teneva il tempo neanche sotto minaccia...

anche io penso che il Blues di allora sia stato suonato peggio che in seguito, erano meno dotati tecnicamente e caricavano le canzoni in altri modi...

ho rivisto volentieri quel video dei Cream: anche se non mi sono piaciuti granchè in generale, è in pezzi come quelli che riconosco loro il giusto posto che occupano nel gotha della Musica

blues bianco: Clapton, bravo.... Jeff Healey, ancora più bravo... Gary Moore, ancora più bravo sì.... ma tecnicamente... ma sotto il profilo dello "sporco blues", direi non tanto più bravi

fra i bianchi che hanno fatto blues preferisco di gran lunga i Led Zeppelin

lo Zio "Santa" Bob ha flirtato col blues: preferisco ancora di più quello

condivido a pieno anche il tuo giudizio su Muddy Waters e il blues elettrico, per me è quella la fase migliore del blues... quello che è venuto dopo: troppo scottato dalla tecnica e basta

grazie per il bel post

Luca da Sassari

sergio said...

so di essere off topic ( o no ??? ) ,ma ieri sera nel bresciano ero a sentire Sonny Landrethhhhhhhhhhh.........yeaaahhhhhh

Paolo Vites said...

adoro sonny landreth, un gigante. peccato nessuno lo porti a milano.

luca, la buon'anima di jeff healey non mi è mai piaciuto, gary moore tanto meno

sergej said...

Il mondo è bello perché è vario... Io sono nato nel profondo Sud (dell'Italia, non degli Stati Uniti), sono cresciuto con la musica classica, prima di scoprire il jazz, eppure se devo ascoltare blues, ascolto quello nero, e il più ruvido e arcaico possibile. Anche prima di Robert Johnson: per me il blues è Charley Patton, Son House, Bessie Smith, Ma Rainey... Il limite massimo è Muddy Waters, poi per quanto mi riguarda il discorso è chiuso.
Per me quella è pura potenza primordiale. Stonati? Suonavano male? Mah, semplicemente è un altro mondo, che va giudicato prescindendo ogni confronto con le regole della musica "bianca".
Clapton, Mayall e compagnia, mi dispiace, ma non li reggo per più di due minuti. Mi sembrano (so che quel che sto per dire suonerà a molti come una bestemmia) falsi, edulcorati, terribilmente mosci. Borghesi, se posso usare un termine fuori moda. Pura tecnica senza un briciolo d'anima (a meno che non di confonda l'anima con i decibel).
Sarà che penso la stessa cosa del rock: ascolto Hendrix, e mi pare che tutti i vari Cream e Led Zeppelin se li mangi in un boccone. Ascolto Ray Charles e James Brown, e tanti saluti a Joe Cocker e (altra bestemmia) persino a Janis Joplin.
Forse aveva ragione il vecchio Pino Daniele (quello vero intendo, non il pupazzetto afono che ha preso il suo posto negli ultimi 15 anni): noi meridionali siamo "neri a metà".

(Con tutto il rispetto per i gusti di tutti, ovviamente. Ripeto: il mondo è bello perché è vario).

sergej said...

Tanto per chiarire di che cosa parlo:
http://www.youtube.com/watch?v=MDCNbacVt5w

hazel said...

Tom Waits e' l'unico bluesman moderno che sopporto..

Paolo Vites said...

è vero, un altro mondo hai ragione sergey. però il mayall e il clapton degli anni 60 non si può dire fossero falsi ed edulcorati. lo stesso hendrix moriva di invidia per clapton

Il Grande Favollo said...

C'è ,forse, un grosso malinteso. Il blues è proprio questo. Musica fatta da persone che svolgevano lavori massacranti, che non avevano una adeguata istruzione musicale. Musica proveniente dallo "stomaco". Ascoltando Son House o Lightning Hopkins è possibile avvicinarsi ad una approssimativa comprensione del fenomeno. I bianchi non hanno mai potuto comprendere in pieno la "scarsezza" del blues, hanno fatto altro, ma non il blues. Questo non vuol dire che il "blues" bianco sia stato inferiore, anzi. E' solo che non bisogna cercare nella musica blues nera quello che non c'è mai stato: la qualità.

sergej said...

Questi bluesmen "arcaici" hanno spesso storie strane: musicisti come Son House, Skip James, Bukka White, Charlie Patton spesso hanno registrato una manciata di dischi negli anni '20-'30 e poi sono spariti per 30 anni, mettendosi a fare gli operai o i raccoglitori di cotone o non di rado finendo in carcere, come capitava facilmente (e non solo allora) ai neri.
Nessuno se li filava più, nessuno ricordava più nemmeno che quella musica fosse esistita.
Intanto la moda andava avanti, si affermavano altri stili, nascevano il blues elettrico, il rhythm'n'blues, il rock.
Negli anni '50 e '60 i collezionisti (bianchi) cominciarono a riscoprire quei vecchi 78 giri, gente come Dylan o i Rolling Stones o i Led Zeppelin fecero cover della loro musica, e scattò la caccia al bluesman. Alcuni furono ritrovati, ricominciarono a esibirsi nei festival, riportando alla luce un mondo ormai scomparso da decenni.

Segnalo al proposito un bel libro di Vincenzo Martorella, "Il blues", appena uscito per Einaudi, che ricostruisce con un'ottica nuova e molto documentata la nascita e l'evoluzione di questa musica.

Paolo Vites said...

grazie, lo cercherò quel libro. c'è da dire però che si è anche molto favoleggiato sui bluesmen arcaici, robert johnson stesso ad esempio non era uno che andava in giro a piedi nudi e con i pantaloni rotti, ma faceva la bella vita (per gli standard del tempo ovvio), andava a suonare anche a new york e come si vede dalla famosa foto, una delle due, si poteva permettere eleganti completi giacca e cravatta. credo che sul destino di alcuni di loro (carcere, lavori duri etc) dipendesse anche il carattere di ognuno di loro e il modo con cui vivevano la musica, che ovviamente non era il business che sarebbe diventato negli anni 60

Maurizio Pratelli said...

Ho te tue stesse identiche difficoltà, io anche con quello bianco più intransigente. Ho un caro amico che sicuramente ci darebbe dei blasfemi.
http://www.bluessuria.com/

Mick-Blackstone said...

Io credo che il blues negro ed il blues bianco siano due cose completamente differenti , quasi dua generi musicali diversi , partono da basi diverse ed arrivano ad approdi diversi. La comparazione è impossibile e direi anche senza senso. Le motivazioni del blues bianco sono sostanzialmente musicali , quelle del blues nero hanno radici ed ispirazioni che non hanno niente a che fare con il blues bianco. Johnson , Patton ( e come loro molti altri ) suonavano solo la loro acustica , alla loro maniera , non avevano bisogno d’altro , avevano la ritmica nella voce e nel polso , la ritmica del blues , ascoltare i loro vecchi pezzi non ti fa venire l’idea di mettere altri strumenti a supporto della musica che è già completa ed autosufficiente così. Il blues bianco non sarebbe stato capace di reggersi su queste scarne regole , è un rifacimento estremamente elaborato , magnificato di quelle musiche , ma è un’altra cosa. Togliamo le chitarre elettriche , i grandi solisti , le batterie , le tastiere ed i bassi ed il blues bianco naufraga miseramente. Senza dire che i cantanti bianchi devono ancora mangiare tonnellate di patate , ed anche dopo questa scorpacciata , non arriveranno mai ai livelli d’espressione dei negri. Parliamo di blues , ma non mischiamo il sacro col profano , teniamo separate le due cose , il blues nero che è l’anima ed il blues bianco che è il corpo.

Paolo Bassotti said...

Mi riallaccio all'ultimo commento per consigliare a tutti "Musica di plastica," di Hugh Barker e Yuvan Taylor, ottimo libro sul concetto di autenticità nella musica. Nei primi capitoli parlano di Leadbelly e Mississippi John Hurt, attaccando alcune convinzioni diffuse sulla distinzione tra musica bianca e nera.

Inoltre, a proposito assoli terrificanti e di blues fatto a pezzi nel '68, in questi giorni sto ascoltando molto il primo dei Blue Cheer, nel quale dell'idea di blues restano solo brandelli sanguinanti.

sergej said...

"si è anche molto favoleggiato sui bluesmen arcaici, robert johnson stesso ad esempio non era uno che andava in giro a piedi nudi e con i pantaloni rotti"

Infatti Martorella, in quel libro, demitizza anche molti aspetti del blues. Ad esempio dimostra come i bluesmen non fossero affatto dei tristoni che suonavano da soli nei campi di cotone, ma spesso veri e propri showmen consumati, che suonavano per far ballare il pubblico.
Molta della mitologia (il bluesman, povero, derelitto, triste, tutto istinto ecc. ecc.) è stata in realtà costruita dai collezionisti bianchi che decenni dopo si misero a raccogliere quei dischi.
Lo stesso Johnson, secondo Martorella, era un musicista estremamente consapevole della sua arte.