Thursday, April 10, 2008

Give me that ol' time religion

“You don’t have to be fucked up or torture yourself to write songs”
(Justin Townes Earle)

A 21 anni ha rischiato di morire di overdose. D’altro canto il padre, Steve Earle, che ha cominciato a frequentare solo quando questi è uscito di prigione dove si trovava proprio per problemi di droga anche lui, non è stato l’esempio migliore.
Adesso di anni ne ha 26 è si è messo a scrivere canzoni. Bellissime canzoni, che se le scrivesse il padre oggi, dopo l’infilata di sbiadite prove che ha infornato negli ultimi anni, saremmo tutti qui a gridare al capolavoro.

Justin Townes Earle sembra faccia dischi da sempre (e pensare che alcune di queste canzoni sono state scritte quando aveva solo 15 o 16 anni...). Più o meno dai tempi di Hank Williams, il cui fantasma è più che un punto di ispirazione (ad esempio nella title track). Evidentemente ama anche uno come George Jones (che è ancora vivo e lotta insieme a noi) come si deduce dalla splendida What Do You Do When You’re Lonesome, pura honky tonk music. Sfoggia carisma cantautorale a tonnellate nelle intense Lone Pine Hill (un brano che racconta i giorni antichi della Guerra di secessione, come facevano le migliori canzoni di The Band) o in Who Am I To Say. Ma sa anche sdrammatizzare con la divertente e briosa cavalcata un po’ southern, molto New Orleans-style, di South Georgia Sugar Babe.

Il disco si chiama The Good Life. Ha un bel suono vintage, ma non snobisticamente retrò come fanno certe stelline di plastica tipo Norah Jones, che avvolge le sue storie. Il resto lo fa la voce, la voce di uno a cui credere perché sai che sta dicendo la verità, quando dice che “la vita è dura”.
Se volete saperne di più, andate qui: http://www.myspace.com/justintownesearle

Nella "medesima vena artistica" – come si usa dire nell'ambiente – si muove la band dei fratelli Felice di cui avevamo già parlato qualche mese fa, e volentieri ci torniamo visto che hanno appena pubblicato un nuovo, splendido disco intitolato semplicemente con il loro nome. Che supera il già buon Tonight at the Arizona in termini di produzione, maturità espressiva e qualità generali.
Di nuovo si apre la porta che conduce alla cantina di Big Pink e ancora una volta appaiono fantasmi di quella repubblica invisibile: Frankie's Gun è irresistibile, una invocazione, una danza ubriaca, da qualche parte fra un saloon di Abilene e la collina di Tombstone. Radio Song ti si appiccica come il sudore mentre attraversi gli swamp della Louisiana e proprio quella radio non vorresti spegnerla più. Sono canzoni che evocano delle presenze, c'è una malinconia che le abita, come la meravigliosa Goddamn You, Jim. Ma attenzione, non svegliate lo spaventapasseri: Don't Wake the Scarecrow, lo dicono anche loro...

Se ragazzi manco trentenni fanno questo tipo di musica, Justin e i Felice Bros, con tale consapevolezza e tale fascino, vuol proprio dire che la "tradizione" è qualcosa che supera ogni contingenza, siradica nel cuore dell'uomo perché del cuore è espressione. Solida come una vecchia quercia. Bella come la religione dei vecchi tempi.

5 comments:

Anonymous said...

mi hai incuriosito... ora DEVO approfondire

Luca Skywalker

Spino said...

Non conoscevo il figlio di Steve mentre i fratelli felice girano nel lettore da tempo, grandi.

Anonymous said...

ho ascoltato!
bellissima novità
lo cercherò...buon fine settimana a te.
anna

Fausto Leali said...

il primo steve earle mi è sempre piaciuto, ora mi incuriosisce da matti il figlio. I Felice Brothers, poi, ce li hai già fatti apprezzare...
Good news, thanx

Nando said...

Potrà interessare che Justin ed i Felice hanno suonato sullo stesso palco lo scorso 29 Marzo. I due set sono fra l'altro stati registrati con una qualità strepitosa e disponibili come torrent:
http://bt.etree.org/details.php?id=514339
http://bt.etree.org/details.php?id=514340

ciao -- Nando

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