Tuesday, September 16, 2008

Another piper at the gates of dawn, gone

Let's drink to absent friends
How they cared and all they shared
We took our life to the edge
They still try to understand

Time is running out, you're going down
Come on, let's go wherever they may be
Make a choice
Stay behind or follow me

(Richard Wright, 1943-2008)

Non sono mai stato un fan dei Pink Floyd. Negli anni ho imparato ad apprezzare alcune delle loro musiche, in particolare due dischi, The dark side of the moon e Wish you were here.
Ma per essere un gruppo che non mi ha mai fatto impazzire, credo di aver letto più libri sulla loro vicenda artistica e umana più di qualunque altro musicista rock, con l'eccezione naturalmente di Bob Dylan.
Troppo inquietante la storia di Syd Barrett, impazzito perché aveva osato varcare le porte della percezione, troppo affascinante la loro sfida a quell'oltre che circonda l'esistenza. La pazzia, il lato oscuro della luna, la macchina tecnologica che stritola il cuore, il muro che soffoca l'anelito di libertà dell'essere umano.
Hanno messo in musica una sfida impossibile per l'uomo, e co profonda angoscia, ma con grande dignità hanno cantato la loro sconfitta, perché sondare certe parti dell'animo umano e del cosmo richiede un prezzo da pagare. Come Icaro che si bruciò le ali.

Mi sono sempre piaciuti come uomini perché hanno rifiutato ogni cliché di rock star: schivi, riservati, quasi anonimi. Nel 1993 mi trovavo a Londra in un piccolo teatro per un concerto di Bob Dylan. Dietro di me un signore anzianotto con i capelli bianchi. Distinto, tranquillo. A fine concerto alcuni amici mi vennero incontro: "Ma hai visto chi era seduto dietro di te?". Boh, e chi era? "Ma David Gilmour dei Pink Floyd!".
Così erano i Pink. Questa estate un amico mi ha mandato un sms da un'isola greca dove si trovava in vacanza: "Ehi qua al ristorante al tavolo vicino al mio c'è quello che suona le tastiere nei Pink Floyd!". Richard Wright, dico io, sapendo che da anni viveva su una nave facendo spola tra un'isola e l'altra (la più bella vita che si possa fare...).
Sì, era lui, e il mio amico forse è stato l'ultimo a vedere in vita Richard Wright, il tastierista dei Pink Floyd. Se n'è andato ieri, improvvisamente, per un tumore fulminante, a 65 anni. Di tutta la band, negli anni giovanili, specie nei 70, era sicuramente il più figo, con quel look da hippie impenitente. E poi l'autore di uno dei pochi pezzi dei Floyd che mi piaccia veramente, la formidabile Great Gig in the sky. Adesso è andato a fare anche lui "l'ultimo grande concerto nel cielo". Per sempre.

5 comments:

Gattosecco said...

Ho visto solo alcuni minuti fa la notizia. Io non ho commentato i post degli anni 80 perchè, pur essendo nato nel 77 non saprei cosa scrivere a livello musicale di questo decennio. Perchè amo alla follia album come Meddle e Atom Heart Mother. Non ho idea di quale esperienza possa essere stato un loro concerto. Mi rimane la scena fantastica di una telecamera che allarga l'immagine allontanandosi da Pompei.

Anonymous said...

I suoi assolo architettati con Barrett, arabeggianti ed esoterici, suonati con una mano sola (alla faccia di qualsiasi virtuoso!), sono la cosa che più mi ha avvicinato alla sindrome di Stendhal.

Tommaso.

Gio said...

Complimenti per il post.
Senza la sua tastiera non ci potranno essere più i Pink Floyd.
Anch'io l'ho ricordato nel blog di un amico.
Allego il link collegato sul mio nome se vorrai lasciargli un ricordo anche lì.
Ciao Rich.

silvano said...

Io ho cominciato ad ascoltare musica con i dischi dei pink floyd, e mi sono sempre piaciuti, anche ora. Hai scritto un bellissimo post, ne hai dato un ritratto realistico e non di circostanza. Bravo, sinceramente.

Paolo Vites said...

grazie. davvero

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