Monday, August 29, 2011

Miss Hesitation

Si comprano i dischi anche per le foto di copertina (e del retro, nel caso in questione). Almeno ai tempi dei vinili, queste cosse succedevano. Io l'ho fatto, che mi ricordi, sicuramente con "Song for Juli", di Jesse Colin Young. Non che non sapessi del tutto chi era, in realtà. A quei tempi, divoravo il Mucchio Selvaggio e non avendo una lira per comprare i dischi mi accontentavo di discografie accurate e recensioni da leggere. Uno dei miei passatempo preferiti durante le ore di scuola era stilare discografie di gruppi immaginifici (solitamente modellati sull'epopea dei Jefferson Airplane) e costruirmi la loro storia musicale. Ovviamente sono stato bocciato un numero incalcolabile di volte, ma conosco a memoria la discografia dei Jeffersoni, come li chiamavamo. Da ispirazione, non so bene perché, era anche la discografia degli Young Bloods, il gruppo in cui militava Jesse Colin Young, quelli di Get Together, per intederci. Ed ecco perché, foto e discografia, comprai questo disco straordinario, in cui in copertina figurava il bel faccione un po' triste di Jesse con baffoni mitici, e sul retro la commovente foto del nostro con la figlioletta, Juli, abbracciata forte al papà. Ai tempi, la mitologia hippie di seconda mano che vivevamo non era più quella dei viaggi cosmici all'Lsd; era piuttosto quella che ci faceva sognare una casetta nei boschi con una famigliola tutta nostra che ci schiamazzava attorno. Tutto quello che era nei solchi di Song for Juli.





"Le mie tasse sono alte, ma non credo sia un peccato" canta JCY in Ridgetop. Un verso che qualcuno dovrebbe far sentire oggi ai calciatori, i miliardari che scioperano per quattro euro. Jesse rivendica il suo ruolo fortunato di ricca star e anche il suo ruolo civile, quello di pagare le tasse senza fuggire magari in Costa Azzurra come proprio in quell'anno - il disco è del 1973 - facevano gli Stones. Ma non solo: tutto il disco è una sorta di concept album che ritrae la condizione di vita di un musicista di successo di inizio anni 70: casa sulle montagne da favola nei boschi nei dintorni di San Francisco ("Il momento più bello della giornata è quando devo attraversare il Golden Gate Bridge" dice sempre in Ridgetop), una moglie, una figlia, "il mio lavoro è una figata" aggiunge poi. E ti credo. E poi le avventure on the road, con ragazze incontrate nei motel, ma "quello era prima, adesso torno nella mia casa sui monti".



Non è musica da fattoni hippie quella di questo disco. E' un robusto, swingante, purissimo jazz rock con debordante sezione fiati, pianoforte inclazante, belle chitarre in primo piano, una armonica blues che spazia in lungo e in largo. Ricorda il Van Morrison del periodo, ma la voce di Jesse è gentile e fluttuante. Un disco bello dall'inizio alla fine, ma che ha dei momenti topici in Ridgetop, sette minuti di jazz rock strabordante, degno di una notte afosa ad Harlem, nei sei minuti e rotti di Miss Hesitation, dove JCY si ricorda dei tempi in cui era un folksinger del Greenwich Village e infila una serie divertentissima di rime tute in "tation" e poi nel medley Lafayette Waltz / Jambalaya, irresistibile, da alzarsi in piedi e ballare sul tavolo della cucina. Jambalaya, per la cronaca di Hank Williams, e Lafayette di Clifton Chenier, il gran mago di New Orleans. Ma tutto il disco è straordinariamente bello. Da tempo JCY ha lasciato i monti boscosi di San Francisco e vive alle Hawaii. Beato lui. Ho visto un video recente, e mamma mia, è irriconoscibile rispetto alla foto di quel disco. Machissenefrega. Tanto i vinili chi li compra più.

Monday, August 22, 2011

L'ora del vespro

Le canzoni folk, le vere canzoni folk, mi hanno sempre fatto pensare e sentire emozioni. Molte volte trattano di storie di sconfitta, dolore, abbandono, gelosia, rabbia e desiderio, ma hanno sempre un sottofondo di speranza. La speranza deriva dalla percezione di quelle emozioni. Nella felicità non c'è speranza. Chi è contento non aspira. Sono persone che non sperano. Perché dovrebbero? Hanno già ottenuto ciò che la speranza rappresenta. La speranza è la volontà dello spirito umano di superare i periodi peggiori. Questo è ciò che fanno le canzoni folk; possono apparire tristi in superficie, ma una volta che scaviamo dentro di loro e le viviamo, esse si rivelano essere davvero preghiere di speranza.
(Leonard Mynx, da una intervista al sito Ondarock)

DISCLAIMER: LEONARD MYNX NON E' MORTO MA E' VIVO E LOTTA ANCORA INSIEME A NOI. E' SOLO MORTO QUEL NOME D'ARTE.

POST DISCLAIMER: come mi gira il cazzo scrivere obituari per niente.

POST POST DISCLAIMER: meglio così.

Boh. Immagino che sia così che funzioni, in questa era balorda di rapporti virtuali. Ci si imbatte in qualcuno in qualche modo, ci si "frequenta" virtualmente, ci si dicono anche belle cose, forti come una vigorosa stretta di mano e dense come uno sguardo nei reciproci occhi. Invece, in realtà, non ci si incontra mai fisicamente. Fino a quando un giorno riapri ancora una volta la diabolica macchinetta che ti "connette" con migliaia di vite mai viste e scopri che uno di questi è morto. Boh.

"Caro Paolo, ti ho inviato il link per ascoltare il mio nuovo disco. Ci tengo molto al tuo parere, Leonard". Era successo due, tre mesi fa, non ricordo. Leonard Mynx, songwriter di Portland, Usa, di cui, dopo aver recensito il suo primo disco Vesper ero diventato "amico" su Facebook, mi aveva scritto così per chiedermi gentilmente, come era sua natura, di ascoltare il suo nuovo lavoro. Non so perché ci tenesse davvero, a meno che qualche anima buona gli avesse tradotto in inglese la mia recensione di Vesper di cui in effetti parlavo piuttosto bene. Era un disco straordinariamente fascinoso, di aspre folk song dylaniane dedicate a tanti beautiful loser. Con qualche messaggio in codice probabilmente, che allora non captai. C'erano tombe, cimiteri, droga e solitudine angosciosa in quei solchi.



In effetti adesso che ci penso era un po' che non vedevo più suoi messaggi su FB. Lui postava parecchio: canzoni, annunci dei suoi concerti in qualche sperduto paesino della provincia, anche commenti di ordine politico. Sempre gentile, sempre vivace e curioso. Poi commentava spesso i miei post, ogni qualvolta mettevo su qulache canzone di Bob Dylan, e il commento era immancabile: "il più grande di tutti". Adesso capisco perché non vedevo più suoi post. La sua pagina su FB è stata cancellata.Leonard Mynx è morto. C'è scritto nella homepage del suo sito: "Il nostro amico Leonard Mynx ci ha lasciati per andare in un mondo nuovo". Ci mancherà, almeno per un po'. Ha lasciato indietro un paio di dischi e canzoni non pubblicate da quelle session che un giorno vedranno la luce del giorno. Siamo certi che vi vorrebeb ringraziare pe ril vostro sostegno nel passato e sulla strada che si apre davanti, adesso. I suoi dischi saranno ancora disponibili, condivideteli con coloro che amate. RIP Leonard Mynx". Sul suo sito, nello spazio intitolato "parole gentili" c'è anche un link al mio post che scrissi su questo blog su di lui.

Sul desk del mio computer al lavoro c'era sempre una sola cartella di file musicali, queli del suo ultimo disco: "Sono contento che ti sia piaciuto, spero di venire a suonare in Italia presto". Ho cancellato quella cartella quindici giorni fa prima di partire per le ferie, non so perché. E' stata lì per mesi. Forse avevo percepito che lui stava partendo per il grande Infinito e voleva riportarsi via con sé le sue canzoni. Chissà se c'è un modo di connettersi tra le persone più vero di questa diabolica macchinetta delle amicizie virtuali, tra il grande Infinito e il nostro misero mondo. Guardo la foto che hai messo dentro al tuo primo cd, Leonard. Un cd spartano, auto prodotto con pochi dollari. Ma chissà come eri fiero di quella foto con il tuo bel viso davanti a quel vaso di fiori rosa. Lo so, quando pubblico qualche cosa anche io sto attento a queste cose. Voglio dire a chi prenderà in mano un mio libro chi sono veramente, al di là delle parole. Guardo la tua bella faccia e penso che è una gran brutta cosa che tu sia andato via così presto. Grazie per avermi scritto amico, mi mancheranno i tuoi commenti e i tuoi post. Facebook di merda.

Una bellissima intervista a Leonard Mynx

Sunday, August 21, 2011

Hello, old friend

Link Wray was playing on a jukebox, I was paying
For the words I was saying, so misunderstood




Shangi La’s, bordello. Shangri La’s, casa della musica. Shangri La’s, nascondiglio dei fantasmi. Shangri L’as, paradiso qui e ora, tutto quello che abbiamo. A Shangri La’s le porte sbattono e si aprono, stanze invase da fumo, specchi e bottiglie. Subito fuori della porta schiamazza il carnevale e le risate, ma dura poco finché non ti sbattono di nuovo a passare del tempo nella galera della contea. Perché sei un peccatore e lì devi stare. Tutto il tempo che è passato, tutto il nostro tempo. Mica devi dirmi a che ora te ne andrai se è l’una e mezza o se sono le quattro del mattino. Non fa differenza, dove pensi di andare. Ma per favore, ricordati di non sbattere la porta.

E così allora entriamo e usciamo da Shangi La's, e salutiamo quel vecchio amico, è bello rivederlo di nuovo. Dicono che dormi in una tenda nel cortile e vieni dentro solo quando c’è da far casino, ma tutto quello che hai da dire è un linguaggio dei segni, mentre io sto mangiando un sandwich in un piccolo bar alle tre meno un quarto. Questa è la mia storia e sono ancora qui: ma lei lo sa che a me importa ancora? E sbattono e sbattono ancora queste maledette porte di Shangri La’, ci riportano fuori e dentro, fumo pestilenziale, ragazze dal volto sfatto, bottiglie che rotolano sul pavimento. Il dolore è doppio qua dentro, e mai un blues ebbe più senso di come lo stanno suonando qua dentro, a Shangri La’s. Pioggia sporca d’estate, tempi innocenti, per questa ultima notte a Shangri La’s. Shangi La’s, bordello. Shangri La’s, casa della musica. Shangri La’s, nascondiglio dei fantasmi. Shangri L’as, paradiso qui e ora, tutto quello che abbiamo.

No Reason To Cry è il disco che avrebbe potuto essere e non è diventato. Sulla carta, il massimo della musica di quegli anni, i 70: Eric Clapton, The Band, Bob Dylan, Ron Wood. Il risultato, una Shangri La’s (lo studio di The Band a L.A. dove venne registrato il disco) delle occasioni perdute. Ma nonostante questo un fascino che persiste, come solo le occasioni perdute sanno essere. Come quell’ultimo valzer che sarebbe andato in scena di lì a poco, degli eroi troppo stanchi mentre il fuoco si stava spegnendo. Eppure in quelle voci, in quegli accenni di grandi canzoni che non furono mai grandi canzoni, uno può cogliere tutta la promessa che è celata dietro ogni vita, dietro ogni cuore spezzato. E ogni volta, sentirsi invitati dentro a una Shangri La's del tempo che è inchiodato sulle sue lancette, come nel bar dell’Overlook Hotel, quello di Shining, dove i fantasmi sono condannati a ballare per l’eternità, e il cameriere, il volto ricoperto di sangue, ti dice: "E’ stata una gran bella festa, vero signore?”. Sì, lo è stata. In questo disco c’è tutto questo e molto di più. A volte si riesce a sentirlo, io ci ho messo trent’anni per riuscire a entrare dentro Shangri La’s. Adesso mi sa che mi ci fermerò, almeno per tutta la notte. Fuori, fa fin troppo caldo per riuscire a dormire. E di fantasmi ce ne sono anche fuori della porta, tanto.


Wednesday, August 17, 2011

Spirito gentile

Fino a quando non sono arrivato a un certo punto verso la fine del disco, mi stavo proprio incazzando. Poi mi sono spaventato e ho capito. Qualche cosa. Il brano chiave è stato Waters Down, per la cronaca. Il fatto è che la presentazione del tipo non giocava certo a suo favore. Nato nel 1974 nel North Carolina, è andato a vivere a Laurel Canyon nella seconda metà dei Duemila. Che ci è andato a fare, come quel pessimo film intitolato appunto Laurel Canyon? Non ci abita più nessuno a Laurel Canyon e le Signore del Canyon se ne sono andate da un pezzo. C'è andato a scrivere canzoni. Be', ha fatto quel che avrei fatto anche io se fossi mai stato capace di suonare una chitarra. Emulare, scopiazzare. Di Ben Harper è già pieno il mondo del rock moderno, pensavo. Fino a Waters Down.



A parte la voce, davvero povera cosa, la produzione del disco però mi era sembrata sin da subito superba. Di fatto, Jonathan Wilson ha fatto quasi sempre questo nella vita, produrre e arrangiare e scrivere per altri artisti. Produzione davvero superba, folk psichedelico tra Grateful Dead e Neil Young. La voce, però. E le canzoni, Waters Down apre uno squarcio che fa ripensare a tutto il disco. Ecco che c'è andato a fare Jonathan Wilson a Laurel Canyon. A evocare fantasmi. No, non a copiarli. A farli uscire dal buio, per il tempo che dura il suo disco. A invocare gli spriti, buoni, dannati, innocenti, malvagi. E li sa evocare benissimo. Anche questa voce ha un senso. L'apoteosi di questo sabba di una afosa notte ferragostana a Milano sono i dieci minuti e passa della conclusiva Valley of the Silver Moon. Qua tra questi palazzi indecenti non c'è una valle, ma c'è ancora un ultimo sprazzo di luna argentata.

Il senso di Gentle Spirit? Null'altro che mandare tutti i ventenni e i trentenni che sbaveranno per questo novello Fleet Foxes a recuperare quei dischi che lui evoca: Souvenirs di Dan Fogelberg, White Light e No Other di Gene Clark, Be True to You di Eric Andersen, Mud Slide Slim and the Blue Horizon di James Taylor, On the Beach di Neil Young, For Everyman di Jackson Browne. Gente che a Laurel Canyon ci viveva quando ancora le Signore dei Canyon avevano domicilio lì. E i cui dischi sono tutt'oggi un centinaio di spanne meglio di quelli di Jonathan Wilson, con buona pace del suo spirito gentile che comunque apprezziamo, amiamo e mettiamo al caldo per le notti di angoscia, che sono sempre tante.

Monday, August 08, 2011

Captain of dreams

From here to Venezuela
There's nothing more to see
Than a hundred thousand islands
flung like jewels upon the sea
For you and me


Dice l'Ansa che David Crosby insieme a CSN&Y è stato uno dei simboli della beat generation. Mah. Potere dell'informazione. Quantomeno la baggianaggine dell'agenzia di stampa mi è servita per ricordarmi che il 14 agosto anche Croz, dopo Dylan, compirà 70 anni. E per uno come lui, dato per morto una dozzina di volte almeno, non è un traguardo da poco. Lo intervistai nel luglio di esattamente dieci anni fa, chiedendogli se quando aveva cominciato la sua carriera avrebbe mai immaginato di trovarsi ancora a fare dischi e concerti a 60 anni. All'altro lato della linea telefonica Niguarda-California, lo sentii sorridere sotto i suoi baffoni. Chissà oggi cosa mi rispondrebbe.



Che David Crosby compia gli anni di agosto, e scrivere queste righe mentre sono al mare, ha perfettamente senso. Lui è il marinaio del rock. Canzoni come The Lee Shore, ascoltate per la prima volta 35 anni fa, hanno aperto di schianto le porte non solo della grande musica, ma di un oceano, quello vero, quello che lui già allora salpava hippie felice pieno di Lsd e erba magica alla guida del suo veliero. Quello immortalato poi nella copertina del secondo disco di CSN. Croz, come lo chiamano gli amici, è un figlio del mare, è quello che ha incarnato la più sincera utopia hippie fino all'estremo, che signifca fallmento: dai profumi dei giardini incantati della mente infatti è finito nell'orrore del crack e di una pistola nel cruscotto a guidare impazzito per Sunset Boulevard. Ci è voluto un anno di carcere ospite delle galere di zio Bush nel Texas più redneck per salvargli la vita, anche se quella volta che gli parlai al telefono potevo sentire boccate di gangia uscire dalla mia cornetta.



La voce di Crosby è sempre stata melodia della più purissima qualità, la voce più incantevole della storia del rock: un disco come If I Could Only Remember My Name l'ho divorato da ragazzo milionate di volte, sempre a cercare di carpirne i segreti. Resta tutt'oggi il momento più totale, più poetico, più drogato e più magico di tutta l'utopia West Coast, California state of mind e hippie generation (altre che beat generation). A Tamalpais High, poi, cantato in If I could only..., ci sono anche stato, vent'anni fa, quando ero a San Francisco. Ci misi un po' a raggiungere quel monte sopra la baia di San Francisco perché continuavo a sbagliare l'uscita dal Golden Gate, ma poi, al tramonto quando finalmente vi arrivai in cima e pure senza droga, ho capito come mai dal quella cità un giorno erano potuti sgorgare musica e sogni tanto profumati e straordinari. Addirittura l'ardire di Triad. E ancora oggi fa specie che un tale Che Guevara del rock abbia fatto parte dei Byrds, ma in fondo sì, ci sta. Come mi disse in quella conversazione, i Byrds sono come il primo amore, sarei pronto a tornare a suonare con loro anche adesso. Cioè allora, 10 anni fa, che adesso mi sa sia troppo tardi.

David Crosby di persona è sempre stato come le sue canzoni: pace e armonia. Nel 1992 mi infilai nel backstage del Palatrussardi prima di uno (splendido) concerto acustico di CSN. Mi ero portato la mia fanzine su Bob Dylan. Volevo fotografarlo con il giornalino in mano, sarebbe stato uno scoop promozionale da paura. Lo aspettai scendere dal palco dopo il soundcheck e lo avvicinai. Lui mi mise una mano davanti dicendo, se vuoi una intervista chiedi al manager. Io gli mostrai la mia fanzine e lui vedendo il nome del suo eroe Bob Dylan si illuminò sotto ai baffoni. Fotografarlo con in mano il giornaletto fu facilissimo. Un giorno "scannerò" quella foto.



E che dire di Almost Cut My Hair, la più cazzuta canzone dell'era Woodstock? Altro che fiori nei capelli. Lascerò sventolare la mia bandiera freak era più che una parola d'ordine, era un motto, era il senso della vita. Da allora, da quando ho la patente, guardo sempre nel mio specchietto retrovisore per controllare che non ci sia un'auto della polizia che mi segue. Paranoia power. Ma di moniti, messaggi cifrati, meditazioni zen, Croz ne ha lasciati a manciate nelle sue canzoni, e fortunato chi se li è appuntati e li tiene stretti con sé: Cause the blind are leading the blind And I am amazed at how they stumble, Homeward through the haze. E ancora oggi mi domando di quale libro dovrei andare a pagina 43, per trovare il segreto della vita, perché, diavolo d'un Croz, ti sei dimenticato di dirci di quale libro si trattava: Pass it round one more time, I think I'll have a swallow of wine, Life is fine, Even with the ups and downs,, And you should have a sip of it, Else you'll find, It's passed you by. O frse non c'è nessun libro, ma è la vita, la vita soltanto. Che tu hai celebrato nel.la sua bellezza più intensa. Auguri Croz, vecchio marinaio del rock.




Sunday, July 24, 2011

Bringing it all back home



E' stato un bel tour. Con i suoi alti e bassi, ma solo per colpa mia. Siamo partiti dalla Brianza, dove i Men in Black mi hanno fatto la cortesia di ospitarmi tra cornici, quadri d'autore e (molte) bottiglie. Siamo passati dallo splendido lago di Como, in un teatro che sembrava la Berlino sotto i bombardamenti, tanto che di quella sera manco ci sono le foto, allora ne metto una con fratello Pratelli in attesa di Ringo Starr o Van de Sfroos, non ricordo bene. Correndo sulle highway di casa nostra, tra la via Emilia e il West siamo andati fino alla città dei tortellini: era una festa di bambini, era una festa dell'estate. Lì, c'era chi era venuto apposta da Roma, my brother Marco Warren Zevon Valli, grazie. Abbiamo toccato la Big City e le sue luci malate, all'interno di uan cattedrale nel deserto, ma il Panino era giusto e anche molto buono. Il vino meglio. Quella volta siamo riusciti a mettere sul palco il maggior numero di musicisti di questo tour: i Lowlands di Pavia, parte della Shamrock Band di Cork-Oggiaro e finanche Frank Asbury Park D'Acri. Grazie Marcello. A un certo punto, presi dalla frenesia da show biz, siamo andati anche in televisione, a presentarlo. Più o meno. Quindi, sfidando zanzare e mariti di Meg Ryan incazzati ci siamo immersi nel medioevo di un bellissimo castello a Vigevano, sul palco the Big Rigo Righetti, my brother on the road. E come vuole il Comandante in Capo, abbiamo riportato tutto a casa, nella città dove tutto cominciò 35 ani fa, con quel disco, DESIDERIO. E' stata una festa, con Gli Amici di Simone, Benedetto Chieffo & Band tra una Star of Betlehem e una Society, ci hanno detto come il cuore è uguale a tutte le latitudini e in tutti i posti del mondo: ci voleva una Canzone dell'Ideale per ricordarcelo. E così anche questa missione si è conclusa. In mezzo, tra una data e l'altra, la notizia che il libro veniva ristampato, prima ristampa nel giro di tre mesi, non male.

Grazie a tutti quelli che hanno messo in piedi questi incontri, a chi ha suonato, a chi è venuto, chi ha comprato il libro e chi no. Chi lo ha ricevuto a casa sua e non ha neanche fatto sapere se era arrivato, chi è stato sveglio tutta la notte per finirlo dopo essere tornato dalla Grecia, e gli è anche piaciuto. Grazie a chi lo ha ricevuto gratis e non lo ha recensito, grazie a chi se l'è comprato e l'ha recensito. Così va il mondo. Non importa, c'è posto per tutti. Adesso, si chiude, non per ferie - poche - ma per sfinimento cerebrale. Ma - oh - c'è già un altro libro, da qualche parte, in un cassetto. E non si parlerà di musica questa volta. Ci sono altre storie da raccontare. Che la Storia è una sola. La Storia siamo noi. Ci pensa il Comandante in Capo a indicare le strade, basta prenderle. Tanto portano tutte a casa.

























Monday, July 11, 2011

I was born in a smalltown/ Summer festivals


(Foto di Filippo de Orchi)



Dieci giorni suonati, Vigevano, 7 e 9 luglio

Il “magic castle”, citando una nota composizione di Jimi Hendrix, è per il mese di luglio il Castello di Vigevano, giusto dietro la straordinaria Piazza Ducale del piccolo comune lombardo alle porte di Milano. Qui si tiene per la seconda volta “Dieci giorni suonati”, finalmente un festival rock a misura d’uomo (le zanzare tigre che infestano la zona non sono a misura d’uomo, ma d’altro canto non sono neanche da addebitarsi all’organizzazione, piuttosto dovrebbe pensarci il comune...), in una cornice architettonica, splendida, tra verde e antichità, stand gastronomici e non distributori automatici di prodotti preconfezionati, un’area che contiene al massimo tremila spettatori, dunque a misura d’uomo.



(Foto di Filippo de Orchi)

Senz’altro in questa estate 2011 "Dieci Giorni Suonati" (che si concluderà il 24 luglio con il concerto del surfista Jack Johnson) non solo per queste caratteristiche che sono comunque iondamentali per una sana fruizione della musica live, ma anche per il cartellone artistico proposto, si porta via la palma di miglior festival estivo italiano...


Per leggere la recensione di Black Crowes e John Mellencamp, clicca su questo link



(Foto di Filippo de Orchi)

Friday, July 08, 2011

Soul Singing, dieci anni dopo /Summer festivals


(Foto di Paolo Brillo)

Vigevano, Dieci giorni suonati, 7 luglio

Dieci anni dopo esatti, e sono sempre uguali, non invecchiano mai. A vederlo da vicino però fratello Chris ha qualche pelo bianco che spunta sul barbone. Li ho visti in concerto a ogni cambio di chitarrista: nel 1996 quando ancora c'era Marc Ford, nel 1999 e 2001 con Audley Freed e ieri sera con Luther Dickinson. Nel mezzo , mi sono perso il tour con quel ragazzetto alla chitarra, tale Jimmy Page, ma gli era venuto il mal di schiena e annullarono la già annunciata data al Forum. Li ho intervistati tutti e due, Chris durante il suo momento mod, capigliatura alla Rod The Faces Stewart; Rich serafico hippie zen come è sul palco. In entrambe le occasioni erano accompagnati dallo straordinario drummer Steve Gorman, sorta di portavoce ufficiale dei due fratelli che come ogni buon fratello si stanno un po' sulle palle.


(Foto di Fabio Baio Baietti)

Ieri sera a Vigevano hanno fatto un concerto cortino per i loro standard, solo un'oretta e mezza, ma quella italiana era la prima data del nuovo tour (che poi dovrebbe essere il loro ultimo ma chi ci crede, si sono sciolti e tornati insieme un infinito numero di volte) dopo sei mesi di assenza dai palchi, avevano bisogno di rodarsi di nuovo. Niente set acustico per noi, dunque, come accade negli altri spettacoli del tour, e scaletta facile, greatest hits, nessuna delle formidabili cover che sono soliti fare. Io speravo in Willin', ad esempio. Ma pur di vedere i Black Crowes dal vivo, va bene tutto. Sono ancora la più straordinaria american rock'n'roll band esistente (subito dopo, come impatto live, solo i Wilco), "The Most "Rock n' Roll" Rock n' Roll band on the Planet" come si diceva di loro a inizio carriera. E anche se Luther Dickinson ieri sera non mi ha fatto proprio impazzire (troppo tecnico, continuo a preferire il periodo Marc Ford), tanto che Rich che di solito è abbastanza in ombra ieri notte a Vigevano ha invece tirato fuori un paio di assolo spaccacuore, è stato uno spettacolo da paura.


(Foto di Fabio Baio Baietti)

Ad esempio la lunghissima suite cosmica di Wiser Time, cominciata con lungo solo di piano elettrico, proseguita con scambi tra Luther e Rich (che qui ha dato il meglio), mentre Chris se la godeva ballando e sballando per conto suo. Ma ci sono stati tanti momenti da brivido: l'inno dell'anima, Soul Singing, e la bordata hard rock finale di Remedy, da ammazzare anche le ultime fottute zanzare che ci hanno devastato per tutta la sera (non ci sono zanzare così bastarde come a Vigevano). Mi è piaciuto il faretto blu psichedelico puntato sulla folla per tutta Wiser Time, quasi un modo per unire nella luce band e spettatori e a far volare tutti verso mondi sconosciuti a noi umani. Sebbene il tasso sonico dei BC mantenga sempre presenta una componente hard rock, non c'è nessun'altra band in America capace di coniugare l'essenza di Grateful Dead, Allman Brs Band e The Band come loro. Anche gli Stones ovviamente, che come sanno tutti erano di London, Nebraska. La più pura e autentica "american cosmic music".


Tuesday, July 05, 2011

Back Off the Boogaloo! Summer festivals

Davide Van De Sfroos, Milano Jazzin' Festival, 2 luglio


(Foto di Elisabetta Gadda)

L'irruenza di derivazione punk sembra abbandonata. In cambio una sofisticatezza folk che ben sottolinea il percorso musicale di Davide Van De Sfroos. Non che l'invito a ballare che lo stesso cantautore comasco aveva lanciato prima del concerto di sabato sera vada perduto. Van De Sfroos sa bene come fare a incitare una folla, ma ad orecchie attente non sfugge una pacatezza che va a braccetto con un'accresciuta ricchezza sonora che giova alla musica e giova anche a lui. In fondo gli anni passano per tutti.

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Ringo Starr and His All Starr Band, Milano Jazzin' Festival, 3 luglio



"Peace and Love". Dal momento in cui Ringo Starr sale sul palco del Milano Jazzin' Festival non smette mai di fare il caratteristico simbolo della vittoria con le dita della mano, gesto iconico degli anni Sessanta, così come la frase "pace e amore" che Ringo scandisce a intermittenza continua. Fa un certo effetto vedere questo settantenne (peraltro in forma fisica smagliante, ne dimostra tutt'al più 50) ancorato a certa simbologia. Anzi, fa tenerezza. Per di più in un giorno in cui dalla Val di Susa arrivano le notizie di scontri e violenze tra giovani e forze dell'ordine. Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando una generazione, quella di Ringo Starr appunto, sognava "Peace and Love" e ancora ci crede, nonostante l'età, e una generazione disperata, nera come le t shirt che indossa e il nome che si è data, "black bloc".


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(Le foto di Ringo Starr sono di Filippo De Orchi)

Thursday, June 23, 2011

Alcatraz Prison Blues

Forgetful heart

Like a walking shadow in my brain

All night long

I lay awake and listen to the sound of pain

The door has closed forevermore

If indeed there ever was a door


Sembrava di essere a un ritrovo di reduci. Reduci di qualche guerra, Vietnam, Iraq o Afghanistan, ogni guerra è la stessa. Ieri sera però eravamo i reduci della guerra del rock'n'roll. Ho rivisto gente che non vedevo da 10, 15 anni, eravamo tutti belli che invecchiati, a raccontarci storie di sopravvivenza rock. Il posto piccolo, l'Alcatraz, ha facilitato questa possibilità di incontri. Ogni tanto andavo nella "cella" fumatori e incontravo qualcuno che andava a sbattere contro le porte a vetro, anche io sono stato buttato giù dalle scale o forse ci sono caduto da solo. A notte fonda per le vie malfamate intorno all'Alcatraz ancora si incontrava qualche sbandato, in cerca della direzione verso casa. Ho stretto un sacco di mani senza manco saperne il nome. Grazie a tutti, anzi, come ha detto l'uomo sul palco alla fine concerto, "thanks friends", grazie amici.



Ieri sera per la prima volta in vita mia a un concerto di Bob Dylan mi sono sentito un vero Mr. Jones. Eppure non era passato un secolo ma solo due anni dal mio ultimo concerto di Dylan. Era l'aprile del 2009, Roundhouse di Londra. Però ieri sera sono stato preso contropiede, spiazzato. Insomma, ero venuto sicuro di vedere quello che è il miglior chitarrista del Texas ma non solo, Charlie Sexton, sparare bordate di chitarra nel suo stile, invece non ha fatto praticamente un cazzo. Ieri sera ha fatto veramente tutto Dylan, e pensare che due anni fa si era ridotto a essere una sorta di inutile manichino sul palco. Mi hanno spiazzato molti degli arrangiamenti. Ad esempio Summer Days: ha perso qualunque smalto swing ed è diventata una sorta di rock molto duro, un hardcore blues tagliente e spezzettato. Che il concerto di ieri sera è stato blues dal primo secondo all'ultimo. A parte la patetica beguine del cazzo che è Blowin' in the Wind. Un blues torrido ed essenziale, ma certamente meglio di quelle ridicole marcette che faceva fino a un paio di anni fa. Adesso questa band ha una direzione, verso casa naturalmente. Ci sono ancora un sacco di pezzi balordi in scaletta, robe come Spirit on the Water, o Tweedle Dee, alcuni arrangiamenti che sanno di pesce lesso, come Highway 61 che ha perso qualunque vigore e si trascina soporifera. Per non dire di Like a Rolling Stone, che ha perso per sempre qualunque direzione verso casa.



Però ieri sera ci sono stati momenti da paura, come non succedeva da decenni. Non a caso, è stato durante tutti quei pezzi che Dylan ha fatto microfono in una mano e armonica nell'altra. Il vero e unico, l'originale Mr. Bojangles. Un po' Van Morrison, un po' Leonard Cohen. E' successo che Can't Wait è diventata un urlo nella notte che manco Tom Waits o Nick Cave hanno mai saputo lanciare. Con quel reiterare le parole "But I don’t know I don’t know I don’t know I don’t know…. how much longeeeer" fino all'urlo orrido e straziante CAN'T WAIIIIIT! Durante quei pezzi, Dylan camminava avanti e indietro da una parte all'altra del palco, si piegava in ginocchio, si celava nell'oscurità, sorta di gran sacerdote del voodoo.



A richiamare zombie e morti vari intorno a lui. E' successo ancora durante una luciferina Ballad of a Thin Man - do YAAAAAAAA Mister Jones - nera come non mai. E poi in Forgetful Heart, straziante canzone dove un cuore parla a un altro cuore, o è il cuore che parla a se stesso. Densa come le acque scure del Mississippi, dolcissima e spezzacuori come una notte a Parigi. O a Milano. Finalmente ho potuto sentire una Visions of Johanna degna della sua grandezza, cantata con dolcezza estrema tanto da accendere tutte le stazioni radio country della Repubblica Invisibile, mentre il termosifone tossisce e di lei ci sono solo visioni ormai irrimediabilmente corrotte dal tempo. Bella è stata anche When I Paint My Masterpiece, evidentemente pensava di essere a Roma e non a Milano, cantata con incedere maestoso.

Poi fuori, qualcuno lo ha anche beccato mentre saliva svelto sul suo bus parcheggiato proprio davanti all'ingresso dell'Alcatraz. Una ragazza gli ha dato un mazzo di rose. Lui le ha prese senza manco voltarsi ed è scappato via. Era diretto verso casa.

(Foto copyright Paolo Brillo)





(entrambi i video sono di Elio Gallotti)

Sunday, June 19, 2011

Stelutis alpinis


I miei genitori non avranno fatto tante cose, ma mi hanno messo davanti la Bellezza. Non solo sono nato e vissuto al mare, che è già bella cosa. Ho imparato a stare in silenzio davanti ai tramonti sul mare o a guardare attonito i cavalloni delle onde che si frantumavano durante le tempeste sugli scogli e sulla passeggiata. Tutte le estati, finché sono andato in vacanza con loro e cioè 13 anni, ci portavano sulle Dolomiti in un paesino che si chiamava Nova Levante. Per qualche motivo da alcune settimane sto pensando intensamente a quel posto e a quegli anni. Ho ancora dentro l'odore di quelle case di legno dove passavamo due mesi d'estate e venti giorni di inverno. I prati immensi intorno alle case, il "bambi" come lo chiamavamo noi che quasi ogni sera all'ora di cena usciva dal bosco dietro casa e si avvicinava alle abitazioni (sì lo so fa tanto Heidi ma me ne frega un cazzo se fa questa impressione). A volte veniva, altre no. Però c'era sempre l'anticipazione e il sussulto della sorpresa inaspettata quando poi si manifestava. Usciva dai boschi già scuri per la notte incipiente, un po' spaventosi, e cercava qualcosa, forse l'ultimo raggio di sole, forse una sorta di contatto. E anche noi cercavamo senza saperlo qualcosa. Attendevamo, e lui era quell'attesa.


Poi c'erano le montagne della catena del Catenaccio che vedevo dalle finestre di casa. Potevo stare ore a guardare quelle rocce che come tutte le Dolomiti all'ora del tramonto diventavano rosa. Mi facevano paura, queste montagne mute. Roccia morta. Una aveva un picco su cui si vedeva benissimo una croce piantata lì e io mi domandavo quanti anni ci voleva a una persona per arrivare fin lassù, forse tutta la vita. C'era il lago di Carezza, un nome già bello, in mezzo a boschi fittissimi con le acque più verdi del mondo, altro che Caraibi.


A Nova Levante ricorod benissimo le olimpiadi di Monaco del 1972, ricordo le gare di Mark Spitz che mi affascinavano un casino, ricordo la strage dei palestinesi come un evento oscuro e poco chiaro. Ricordo il correre a casa all'ora di cena dopo essere passato davanti a dozzine di piccole case di legno con fiori colorati ai balconi, i crocefissi piantati lungo i sentieri. Il senso di pace, anche da soli in posti sconosciuti, di non essere mai fuori luogo.


C'era questo enorme albergo stile Overlook Hotel di Shining, costruito dai tedeschi prima della Grande guerra, enorme e pauroso. C'era la cucina spaziosa e antica dove la mattina si aspettava il latte preso dal mucche (molto Heidi anche questo), e all'ora di pranzo si ascoltava alla radio la Corrida.


Per uno nato in una città di mare, poi, aver imparato a nuotare in una piscina con intorno le montagne è qualcosa di bizzarro. C'era un senso di solitudine malinconica e positiva, c'era la Bellezza tutto attorno, e mi è rimasta dentro e continuo a sognare Nova Levante ancora oggi. Lasciamo tracce ovunque siamo stati nella nostra vita, e quelle tracce non scompaiono, reclmano una presenza che c'è ancora. Forse un giorno ci tornerò, a vedere cosa è successo di quei posti.



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