Tuesday, October 28, 2008

My generation

Caro amico/a
Vorrei cominciare citando una frase che ho sentito una volta da un amico americano. Andava di moda nella San Francisco hippie degli anni 60. Detta in inglese suona meglio (“May the baby Jesus shut your mouth and open your mind”), ma va bene anche in italiano: “Possa il bambin Gesù chiuderti la bocca e aprirti la mente”.
Vedi, dalle cose che mi dici mi sembra di capire che tu appartenga a una generazione che crede che una certa cosa sia giusta solo perché qualcuno crede sia così, nonostante i fatti o altre indicazioni della realtà possano suggerire.
Quello che mi dici di Elvis Presley (che non si scriveva le canzoni che cantava, che è morto perché mangiava troppi cheeseburgers etc) mi fa capire che ti manca la capacità di capire il contesto in cui una data persona si trovi o si sia trovata ad agire.
Mi sembra anche che tu appartenga a una generazione che ha delle aspettative sempre minori rispetto al concetto di “grandezza”. La tua è una generazione che ha fatto sì che si perdesse il concetto del significato della parola “capolavoro”. Tu e i tuoi coetanei volete disperatamente che qualcosa o qualcuno di grande sia venuto fuori dalla vostra generazione. Ed ecco la tua lista di “grandi “artisti e “grandi” dischi.
Sai quello che diceva Duke Ellington quando parlava di musica, vero? Anche questa suona meglio in inglese (“It don’t mean a thing if it ain’t got that swing”), “non significa nulla se non ha il senso dello swing”. Parlava di musica, ma io e te sappiamo che si riferiva a qualcosa di più, alla vita intera. La musica che ascolti tu non ha swing. E credo anche la tua vita. Non dico che tu non possa ascoltarla, o pensare che sia buona musica. Sei libero di farlo. Ma non cercare di convincermi che lo sia. Gli manca quel “qualcosa dentro qualcosa”, quella cosa che Jack Kerouac andava cercando per le strade d’America, ad esempio.
“Were are you gone Joe Di Maggio, a nation is turning his lonely eyes to you”: è probabilmente il più grande verso mai contenuto in una canzone rock. Sai perché? No? Non sai nemmeno che canzone è? Ok, ripassa fra 4 o 5 anni.
Oggi quelli che fanno dischi e scrivono canzoni hanno imparato la lezione. E che cavolo, con 50 anni di grandi dischi dietro le spalle, anche un cretino saprebbe prendere un po’ di qua e un po’ di là, frullare tutto e oplà il gioco è fatto. Ti sei mai chiesto però, amico, come mai nessuno oggi scrive più grandi canzoni? Quelle che segnano una vita, quelle che restano, quelle a cui torni sempre. Chieditelo. Forse è il modo in cui abbiamo ridotto il mondo che ci circonda, ma io creda dipenda dal fatto che tu e i tuoi amici non siate più interessati all’idea di “bellezza”. Fare i “trasgressivi” è molto più facile e alla moda.
Un altro problema della tua generazione è che fate fatica a concentrarvi su qualcosa per più di dieci minuti. Troppa televisione. Troppi videogames. Troppi cellulari. Spesso mi accusi di vivere nel passato, di ascoltare solo musica degli anni 60 e dei 70, due decadi sopravvalutate. Be’ amico, come può una decade che ha avuto i Beatles e l’altra i Clash essere sopravvalutata? Pensaci amico. Se io aspiro alla grandezza e alla bellezza su che cosa è che voglio misurarmi? È semplice: il meglio. Con coloro che sono riconosciuti come i grandi. È ingiusto? Forse, ma la vita spesso lo è. La vita stessa è tropo grande per le nostre piccole capacità di misurarla.
Un’ultima cosa: i Beatles non erano esattamente una “band” quando divennero famosi. Erano un “gruppo”. C’è molta differenza fra una band e un gruppo. I Grateful Dead o la Allman Brothers Band, specie agli inizi, erano delle band. Facevano musica. E questa, può piacere o meno, a seconda dei gusti. Poi anche loro però, come quasi tutti quelli di quei tempi là, sono diventati dei gruppi. Ma i Beatles erano davvero un gruppo, e un gruppo di amici: scrivevano “canzoni”. Non dirmi che i Coldplay sono un gruppo rock o che i Radiohead scrivono canzoni.

Ma ti voglio bene e sarò sempre a tua disposizione, solo non chiedermi di imprestarti i miei dischi.

Friday, October 24, 2008

L'ultimo valzer

Fuori uno. Quelli del "club dei 27" sono usciti di scena già da tempo, appunto quando avevano 27 anni. I Jim, Jimi, Janis, Brian, Kurt, Gram. Finanche Robert (Johnson) ne aveva 27 quando morì. Leonard Cohen, ieri sera sul palco degli Arcimboldi di Milano, fresco 74enne da un mese, è stato probabilmente il primo di "quelli che sono sopravvissuti" a ballare con noi il suo ultimo valzer, prima del ritiro per limiti di età imposti da una voce che era soltanto un sussurro sulle spalle di una carriera quarantennale che è impossibile pretendere duri di più. Mi aspetto che i Jagger, i McCartney, i Dylan abbiano altrettanta dignità quando suonerà anche per loro l'inevitabile momento. Ma non ci sarà più nessuno come loro, questo è certo. Ieri sera abbiamo assistito all'addio non solo di Mr Cohen ma di una generazione, di un mondo, di una utopia. Di un grido, quello del rock.
E "dignità", commovente dignità è la parola che viene in mente dopo aver assistito allo spettacolo che questo anziano e magrissimo signore, stretto nel suo doppiopetto nero, in testa un Borsalino che si toglieva a ogni fine canzone, che si inchinava davanti ai suoi musicisti quando prendevano un assolo, che si metteva in ginocchio quando certi brani erano la preghiera di un uomo solo davanti al mistero (Anthem, Hallelujah), che gentilmente declinava il capo - togliendosi il Borsalino - quando presentava i suoi musicisti, con affetto, come dire, grazie per aver reso le mie canzoni migliori.

Canzoni che sono state eseguite con incredibile generosità, un set degno di uno Springsteen, tre ore tra le pagine antiche sfogliate al Chelsea Hotel, oppure indossando quel Famous Blue Raincoat da solo sul palco, lui e una chitarra e un fascio di luce nel buio; oppure la rabbia dell'ebreo errante che si stempera adesso nella saggezza dell'età in The Future o nella sua "lettera d'amore agli Stati Uniti", Democracy. E poi loro naturalmente, le sue donne tanto amate, Suzanne così come Joan d'Arc. E quando la voce sembra trovare un antico possente canto liberatorio, giunge il momento delle lacrime che versiamo cantando con lui addio Marianne, So long Marianne: e lui, il poeta gentile di Montreal, estrae dalla tasca della giacca un piccolo rosario con croce d'argento, lo stringe nel pugno, lo mostra al pubblico e canta come se fosse ormai in un'altra dimensione che noi comuni mortali vediamo tra la nebbia e lui già intravvede oltre la strada, oltre il muro. Ballando fino alla fine dell'amore, Dance me to the end of love nel modo in cui aveva aperto il concerto.
Sì, abbiamo preso Manhattan, poi Berlino e anche Milano. Abbiamo cercato di essere liberi come un uccello sul filo, Bird on the Wire, solo il nostro cuore può dire se ce l'abbiamo fatta. Lei ce l'ha fatta sicuramente. signor Cohen. E grazie per averci ricordato un'ultima volta che There ain't no Cure for Love, non c'è rimedio all'amore.
Quindici anni fa lei era venuto a Milano, in un altro teatro, e ci aveva lasciato il suo cuore da custodire. Ieri sera è tornato a reclamarlo, a chiederci conto di cosa ne avevamo fatto, a riportarlo là dove è giusto che stia. Nella torre della canzone, The Tower of Song. Insieme a Dio.

Sincerely, I'm your man.

Saturday, October 18, 2008

It happened 30 years ago

Un post di Blue Bottazzi sul suo blog (come chi è? be' c'è il link al suo blog nella colonna dei link e il post di cui dicevo è questo: http://bluebottazzibeat.blogspot.com/2008/10/happening-30-years-ago-1978.html) mi ha fatto venire in mente alcuni dischi, mai dimenticati in verità. Più che altro mi ha fatto venire in mente la prima volta che li ascoltai. Dischi usciti 30 - e dico 30 - anni fa. 1978. E visto che il 2008 si avvicina velocemente allo scadere, vale la pena spendere qualche riga. Anche perché è divertente osservare come cambiano i gusti negli anni.

Avevo 16 anni, scolasticamente parlando sarebbe stato il mio anno più disastroso. Quello che io volevo veramente era un nuovo disco di Bob Dylan: erano già passati due anni da Desire e non se ne vedeva l'ombra. Poi l'annuncio. Esce. Prima di riuscire a convincere i miei a darmi i soldi per comprarlo, potei ascoltarlo una sera alla radio. Allora c'erano le radio libere, e un dj poteva permettersi di passare per intero il nuovo disco di Bob Dylan. Credo fosse uan domenica sera. Stetti lì incollato alla radiolona (un reperto della II Guerra mondiale, con cui mia madre ascoltava Radio Londra...) e... rimasi deluso. Cavolo, ma non è come Desire. Accidenti, ma non suona l'armonica manco in un pezzo. E che diamine, le coriste? E un sax! Orrore! (odiavo i sassofoni allora, per me sinonimo di soft music da discoteca...). Dovevo ancora metabolizzare che Bob Dylan non fa mai due dischi musicalmente simili uno dopo l'altro (almeno fino a quando è uscito Modern Times, identico a Love and Theft...). Mesi dopo potei finalmente comprarlo, rimasi affascinato da quella foto di copertina, mi faceva venire in mente un film che poco tempo prima avevo visto al cinema e amato moltissimo, Taxi Driver. Era davvero una foto newyorchese, quella di Street Legal. Finì per piacermi, ma ci misi parecchio. Mi illuminò una recensione di Zambellini sul Mucchio Selvaggio, che lo definiva il tentativo di Dylan di stare dietro ai nuovi umori elettrici che arrivavano in quei giorni dalla Grande Mela, gli Springsteen e le Patti Smith, lui che era stato dieci anni prima o poco più l'anima elettrica di NYC. Aveva ragione.
Oggi, nell'edizione rimasterizzata uscita qualche anno fa, si apprezza uno dei più rigogliosi dischi di Dylan di sempre, un tuffo nelle acque nere dell'R&B e del soul.

Darkness on the edge of Town di Bruce Springsteen (anche se di lui sentivo parlare dai tempi di Born to Run) fu il primo disco del Boss che ebbi modo di ascoltare a fondo, e in tempo reale. Me lo imprestò un amico, per gli stessi motivi di cui prima. Non mi piacque neanche questo.Mi piaceva solo - e tantissimo - Prove it All Night: cavolo, non avevo mai sentito una batteria picchiare così duramente. Ero esterefatto. E poi quell'assolo di chitarra travolgente. Mi piaceva anche Badlands, soprattutto andavo fuori di testa per l'assolo di sax seguito a ruota da quello di chitarra. Allora il sax poteva anche essere uno strument rock... Il resto del disco mi annoiava, ma anche di questo mi piaceva la copertina, anche questo mi ricordava gente come De Niro e Al Pacino. Negli anni questo disco ha fatto un po' di sali e scendi: periodi in cui mi piaceva molto e periodi in cui lo detestavo. Oggi lo considero così così. Musicalmente, è rimasto troppo ancorato a quel periodo storico, è davvero late 70s... Ma contiene alcune delle canzoni più belle di Springsteen in assoluto, ad esempio Racing in the Streets.

Poi lei, il mio angelo custode dei 70s. Mentre Dylan era assente dai negozi, negli ultimi due anni avevo ascoltato a palla Horses e Radio Ethiopia di Patti Smith. Mi sembrava musica da pazzi, non ci capivo un cazzo, però era un bel sentire. Easter, uscito in questo 1978, fu una festa. Era tutto quello che Darkness - di quello che allora, per via di Because The Night scritta assieme, pensavo fosse il suo miglior amico - non era riuscito ad essere. Aveva la stessa batteria che picchiava da urlo, ma questo poi ti faceva schizzare dalla seggiola, anzi dal letto che era dove per lo più ascoltavo i dischi: Rock'n'Roll Nigger.. vuoi mettere? 25th Floor... eeeeh... Ghost dance.... Till Victory... This was and still is fuckin' great music. E la copertina era ed è sexy.

Quest'ultimo invece mi piacque subito,sin dal momento che misi piede nel mio negozietto di dischi di fiducia. C'era un ragazzo allora a Chiavari che era il sosia perfetto di Joey Ramone: identico. Siccome lui di soldi ne aveva, era quello che comprava di tutto,specie le ultime novità. Ero lì dentro a scartabellare tra i vinili - la mia occupazione preferita - che arriva lui. Il proprietario del negozio tira fuori immediatamente un vinile: "Guarda, appena uscito, l'ultima novità da Londra". Lo mette su e dalla prima nota del disco di esordio dei Dire Straits flippai. Il Joey Ramone di Chiavari lo comprò al volo e io rimasi lì, ma ebbi modo di procurarmelo. Ho amato ogni singola nota di quel disco, ogni singola canzone e ancora adesso lo amo senza riserve. Totalmente out of time: quella voce dylaniana, quelle melodie che sapevano così di pioggia di Londra e allo stesso tempo di sole dell'Arizona. Blues e rock'n'roll (però la copertina non mi è mai piaciuta). Ci voleva un bel coraggio in piena era punk per esordire con un disco così, ma allora i discografici non erano dei cioccolatai. Avevano le palle.

Wednesday, October 15, 2008

South France Exile

Nella seconda metà degli anni 70 mio padre si trasferì a lavorare in Francia. Costa Azzurra. Non male, ma a me bastava e avanzava la Riviera di Levante.
Ci passai delle splendide estati comunque, che coincisero con l’inizio della mia love story con la musica rock. Ci andai per la prima volta infatti nell’estate del 1976, quando avevo appena comprato il mio primo disco di Bob Dylan e giuro che un pomeriggio, nella spiaggia vicino a casa dove eravamo soliti andare ci ho visto proprio lui e figli. Be’, miraggi d’adolescente magari, però quel tizio non solo gli assomigliava un casino (naso a becco compreso), ma indossava il medesimo cappellaccio con piume che Dylan indossa sulla copertina di Desire. Col senno di poi e con le documentazioni raccolte negli anni, poteva proprio essere: nella primavera del 1975 il cantautore aveva passato le sue vacanze in alta Savoia, scendo poi fino da queste parti. Poteva esserci tornato in vacanza una volta finita la Rolling Thunder Revue (maggio 1976), no?(La spiaggia dove vidi Bob Dylan. O chi per lui)

(I miei vicini di casa, quando andavo in vacanza in Costa Azzurra)

E poi la Costa Azzurra era (ed è) ritrovo preferito di tante rock star. Allora non lo sapevo, ma a pochi chilometri da dove passavo le estati io (Sain Jean Cap Ferrat) c’era Villa Necote, la residenza che nell’estate 1971 gli Stones presero in affitto per registrarci il loro capolavoro, Exile On Main Street. Probabilmente ci sono passato davanti una infinità di volte, senza saperlo. Ma nel 1976, loro se ne erano già andati altrove, destinazione la Giamaica.
Quindici anni dopo circa, nell’estate 1992, tornai da quelle parti, questa volta con mia moglie, spingendoci un po’ più in là: Antibes, San Juan Le Pin. Questa volta Bob Dylan lo avremmo visto veramente, anche se su di un palco. Lì tenne infatti un concerto, bizzarro come tutti quelli dell’estate ’92, aperto con Hey Joe di Jimi Hendrix e con ospite Dave Stewart degli Eurythmics in un paio di pezzi. Il soundcheck, in modo curioso, era aperto al pubblico (tanto Dylan non li fa mai). Un’occasione simpatica per scambiare quattro chiacchiere con la band, in particolare quel giorno mi fermai a parlare con l’oggi scomparso batterista Ian Wallace.
Dopo lo show, eccitati dalla splendida atmosfera del luogo, i ragazzi della band si sarebbero fermati a suonare, come buskers qualsiasi, per le strade del paesino. Io ero già andato a dormire. Mi dissero che a un certo punto, incuriosito, aveva fatto capolino anche Bob Dylan. Ma che, appena riconosciuto da qualche tardona e chiamato a gran voce, era corso di nuovo nella sua camera d’albergo.

Ho passato bellissime vacanze in quei luoghi, girando da solo per ore su stradine deserte, innamorandomi di qualche ragazzina francese a cui non avrei mai rivolto la parola, guardando e osservando la bellezza intorno a me, tenendola nel cuore e pregando che i miei sogni non mi facessero troppo male. Facendo anche incredibili gite in motoscafi d’alto mare (mio padre era il direttore del porto turistico…) cagandomi letteralmente sotto per la velocità pazzesca con cui andavamo, una volta fino a Montecarlo. Un po’ di jet set l’ho fatto anch’io, più o meno.(La villa che era stata di Charlie Chaplin, esattamente a 200 metri da dove abitavo io)

Friday, October 10, 2008

Per un amico

For a Dancer
(Jackson Browne)

Tieni un fuoco a bruciare nel tuo occhio
Fa’ attenzione al cielo aperto
Non si sa mai cosa possa scenderne giù
Non mi ricordo di averti mai lasciato perdere
Eri sempre lì che ballavi, a volte ti vedevo altre no
Pensavo che ti avrei sempre potuto rivedere
Facendo lo sciocco, riuscivi sempre a far sì che le cose fossero vere
Adesso non riesco più a trovarti

Non so cosa succeda quando muore una persona
Per quanto ci provi, non riesco a capirlo
È come una canzone che sento risuonare nelle orecchie
Ma che non riesco a cantare
Eppure non riesco a smettere di ascoltare
E non posso fare a meno di sentirmi stupido
Piango, mentre cercano di tranquillizzarmi
Perché so che preferiresti che ballassimo
Per allontanare il dolore
Non importa che cosa decida il destino
Perché tu comunque non ci puoi fare niente

Fai soltanto i passi che ti hanno mostrato
Tutti quelli che hai conosciuto
Fino a che questa danza diventerà la tua

Sei cresciuto, diventato un ballerino
Da un seme che qualcun altro aveva lanciato
Va’ avanti adesso e lancia tu i semi
E da qualche parte, tra il momento dell’arrivo e quello della partenza
C’è il motivo per cui hai vissuto


Ciao Ariberto. Grazie per la tua amicizia. Sei ancora qui con noi.

Thursday, October 09, 2008

Three fuckin' chords

L'amico Riro Maniscalco mi scrive da New York, a proposito di Red River Shore. Gran belle parole, che mi va di condividere. Questa canzone, evidentemente, sta entrando nel cuore di molta gente, un "must". Enjoy.

"Non ho fatto altro che ascoltare Red River Shore... Immagino non ti dispiaccia. Chi è che può far spalancare il mondo del cuore con tre accordi, cantando così, con la voce rotta, da vecchio? Sul testo hai scritto - sostanzialmente - tutto quello che c'è da dire. Ma a me fanno sempre impazzire quei tre accordi.
Qua li chiamiamo "TFC", "three fuckin' chords". 1, 4, 5. Sai cosa vuol dire? È il rapporto tra il primo, il secondo e il terzo (accordo). Ed è la progressione più banale e usata che esista nella musica, dal blues al... liscio...
Ma il miracolo avviene quando quel che potrebbe essere banale si trasforma in "semplice". Ciò che è semplice è come incontaminato - cioè racconta il cuore.
Questa è una ballata "TFC" - ed è di una semplicità che commuove, che muove il cuore, anche se uno non ci capisse un'acca.
Perché non si può non essere presi dallo struggimento, del bene, del bello (una donna! cosa c'è di più bello di una donna bella tra le cose di questa terra?), con quel filo di tristezza che però è un'ammissione che noi questa bellezza non la possiederemo mai, non la possiamo trattenere. Cosa capirà Dylan di tutto ciò?
Secondo me parecchio... Ma dovresti intervistarlo".


Un altro che sa muovere il cuore con "three fuckin' chords" è il canadese, di cui il prossimo 25 novembre esce una piccola gemma, un concerto registrato 40 anni fa, nel 1968, alone and acoustic. Da non perdere, per riscaldare il cuore nell'inverno che ci aspetta.
http://www.thrasherswheat.org/wheatfield.html

Tuesday, October 07, 2008

Money doesn't talk, it swears

1989: cade il muro di Berlino. 2008: cade il muro, quello della Strada del Muro.. oh l'ironia... Wall Street.

Che a vent'anni l'uno dall'altro siano crollati i muri delle due ideologie (apparentemente?) contrapposte che hanno dominato cento e più anni della storia moderna, socialismo e capitalismo, mostrando tutte le loro limitatezze e incapacità di risolvere il problema dell'esistenza, ha dell'ironico. Entrambe ci avevano promesso la felicità eterna, qui sulla terra. Il compimento dei nostri sogni, speranze, promesse.
C'è una morale in tutto questo, che ognuno se la vada a cercare, ma non è proprio lontana dal nostro naso come sembra.

Poco più di vent'anni fa un grande regista, Oliver Stone, aveva già predetto la strada che stava prendendo il capitalismo moderno con una delle storie cinematografiche più brillanti e avvincenti che siano mai state portate sul grande schermo: "Illusion has become real", l'illusione è diventata realtà.

Monday, October 06, 2008

In the days before the Internet

Risparmiate i soldi se già non lo avete comprato perché il terzo cd presente nella deluxe version di Tell Tale Signs è assolutamente superfluo, a parte la bella Duncan And Brady dalle session del disco “cestinato” del 1992 prodotto da David Bromberg (piuttosto potevano pubblicarlo integrale che meritava davvero come si deduce dalle tracce che già circolano nei bootleg).
Il resto sono brutte versioni abbozzate di Mississippi – che non regge alcun confronto con le altre due -, una noiosissima Can’t Wait al rallentatore, una Marchin’ to the City velocizzata che si avvicina sempre di più a quello che diventerà, e cioè la bruttina Till I Fell In Love With You, una Most Of The Time praticamente identica alla versione definitiva, una Ring Them Bells a cui è stata tolta solo la parte di organo e dunque identica, una Red River Shore più ricca strumentalmente e un po’ più veloce della precedente ma che non regge il confronto e una manciata di inutili, mal registrate e superflue canzoni dal vivo.
Tutto questo per 140 euro? Ridicolo.

Avevo promesso che sarei tornato a parlare di questo disco, ma ho scritto 18mila battute al proposito per il prossimo JAM e sono rimasto senza fiato. Avrete il buon cuore di leggermi lassopra il prossimo mese, spero.
Intanto tutto questo ritorno di fiamma a Bob Dylan, dopo anni di scarso interesse, mi ha fatto venire in mente i vecchi tempi. Quelli in cui tutto cominciò, quelli pre-Internet, dove una fanzine fatta con due soldi faceva felici i fans. La mia, Rolling Thunder, durò più o meno dalla primavera 1990 all’autunno 1992. Per essere un giornalino fotocopiato di poche pagine, ne abbiamo fatte di belle: addirittura una intervista a Francesco De Gregori e una a Ligabue. Si lavorava con niente, addirittura l’ignoranza era tale che nei primi numeri scrivevo “the italian fanzine of Bob Dylan”…
Le notizie arrivavano con passaparola dei fans di tutto il mondo, oppure pescando da autorevoli fanzine inglesi (l’immortale The Telegraph) e poi c’erano le hotline, non quelle a contenuto erotico ma quelle dove c’era uno che ti diceva domani sera dove Bob Dylan avrebbe suonato.
Le registrazioni dei concerti arrivavano, magari dopo mesi, su cassettine C-90: altro che oggi, che il giorno dopo un concerto clicchi su un link e te lo scarichi in 5 minuti.
La musica si apprezzava di più con quelle lunghe attese, ogni pacchettino che arrivava con un concerto di Dylan era come il giorno di Natale. Ci sentivamo una sorta di affiliati a una specie di società segreta. E come "fanzinaro" sono riuscito ad avvcinare di più Bob Dylan in persona che da quando sono diventato giornalista professionista.

Tutto finì quando cominciai a montarmi la testa. Qualcuno mi tirò dentro a un progetto “patinato” in tutti i sensi. Dveva essere una sorta di superfanzine venduta anche nelle edicole, dedicata ai maggiori esponenti della musica rock. In allegato un cd bootleg. Si cominciò con Dylan, ma poi tutto andò a ramengo in poco tempo. Si chiamava Satisfaction.
Però in quella nuova avventura conobbi un personaggio incredibile, il Lester Bangs italiano, Ivano G.
Da qualche parte ho ancora le registrazioni della mia segreteria telefonica, i suoi messaggi duravano invariabilmente dai 30 ai 50 minuti…In queste foto qua potete vedere che razza di rimbambito ero: sono riuscito a rovinargli due scatti formidabili, lui e Neil Young che sembrano due amici di una vita. Io ero lì che cercavo di intrufolarmi tra di loro per farmi immortalare con il canadese. Fu alla conferenza stampa che Young tenne a Milano nell’ottobre 1992 per il disco Harvest Moon, solo un paio di giorni dopo la memorabile apparizione al concerto tributo a Bob Dylan al Madison Square Garden. Aveva ancora indosso la stessa t-shirt di quella sera lì.

Wednesday, October 01, 2008

Toccato dalla grazia sulle rive del fiume rosso

Stanotte non ho dormito quasi niente. No, non era perché assillato – come mi succede quasi ogni notte – dai debiti e dalle tante bollette che faccio fatica a pagare ogni mese. Era perché mi sono messo ad ascoltare alcuni dei brani che compongono il Bootleg Series 8. Erano decenni che canzoni di Bob Dylan non mi colpivano così. Questo disco contiene alcuni dei vertici del più grande autore di canzoni rock di tutti i tempi. In particolare le due versioni di Mississippi, Marchin’ To The City, Can’t Wait e Red River Shore. Una per una, spero, le analizzerò tutte. Questa notte però mi sono fermato sulle rive del fiume rosso.

Questi brani, che appartengono alle session del disco Time Out Of Mind rivelano molti segreti, quelli di una “restless mind” alla ricerca della bellezza. Hanno spesso dei versi che poi sono stati riciclati in altre canzoni dello stesso disco, a testimonianza di come Dylan lavora alle sue canzoni, componendole, nel 1997 come nel 1966, direttamente in studio. E come sempre, è nel grande mare della tradizione americana che il musicista va a pescare.
The Red River Shore è una antica ballata che si può trovare sull’antologia Folk Songs of North America curata dal musicologo Alan Lomax. È nella sezione “The West”, in una sottosezione chiamata “Prairie Farmers”. Canzoni dei cowboy, insomma.
È una versione aggiornata di New River Shore che risale al 1910 e la cantava una certa Minta Morgan di Bells, Texas, Forse la ragazza del fiume rosso di cui canta adesso Dylan. Nel 1965 il Kingston Trio, un popolare gurppo folk, ne fece una versione. È interessante notare come il pezzo contenga i versi: “She wrote me a letter. She wrote it so kind and in that letter these words you will find. ‘Come back to me, darling, you're the one I adore. You're the one I will marry on the Red River shore’”.
She wrote me a letter. She wrote it so kind, Dylan le avrebbe inclusi nella sua Not Dark Yet sempre su TOOM.

Il pezzo è una dolcissima nenia di stile tex-mex, la musica al confine fra Texas e Messico cantata da Dylan con una intensità da brivido. Come nelle sue migliori canzoni, sei portato fuori dalla realtà contingente per addentrarti in una realtà che probabilmente neanche il cantante ha mai visto di persona ma che lui fa in modo di rendere possibile. Il Red River esiste veramente, e si trova nel Texas. È il miracolo delle migliori canzoni rock: “Tutto il mondo è contenuto in una canzone che dura tre minuti”. Greil Marcus lo ha detto, e ha ragione. Meglio ancora se la canzone di minuti ne dura più di sei, come questa.

Stamattina ho aperto il computer e ho trovato una e-mail dell’amico Giorgio Natale. Great minds think alike. Anche lui deve aver dormito poco stanotte. Le sue parole valgono le mie, anzi meglio:
“Qualcuno spegne la luce e si affida al bagliore della luna piena”, canta Dylan. Il tono è di quelli che hanno a che fare con la morte e gli angeli.
“Di tutte le belle ragazze che mi volevano una sola ne ho mai voluta e ho provato a farne mia moglie”. Subito, di schianto, ho capito che era lei: “Più vera di un gran sogno che non so dove sia finito lei era vera alla vita, era vera a me”. E non posso più sfuggire la memoria dell’unica che adorerò per sempre: “Viviamo all'ombra dei ricordi, intrappolati nelle cose, e io ho sempre cercato di non ferire nessuno, di stare lontano dal male”.
“Ma dopo aver fatto e detto tutto, io non so quale sia il punteggio, quale sia il punto, tutto quello che so è che ogni nuovo giorno senza di lei èun giorno perso”.
“E anche se sono straniero in terre sconosciute so che quello è il mio posto, girando e vagando vicino a lei. Ma quando ho provato a tornare là, per sistemare la faccenda, la gente mi guardava senza sapere di chi parlassi”.
La grazia di un incontro così non la posso ricreare io.
“Come vorrei aver passato ogni giorno della mia vita con lei!”.
E sarà che l’unica possibilità di salvezza viene da un altro mondo (“Le carte che hai in mano non valgono niente a meno che non vengano da un altro mondo” dà un altro significato, cantava nell’epocale Series of Dreams che appare in una versione alternata in questo BS); sarà la struttura melodica che ricalca perfettamente il ritornello; o sarà che, come quella, mi ha colpito dritto al cuore, ma qui c’è qualcosa di Series Of Dreams.
E finisce: "Ho sentito di un tipo vissuto tanti anni fa, un uomo capace di tanto dolore, che se qualcuno fosse morto vicino a lui sapeva come riportarlo in vita. Non so che linguaggio usasse o se queste cose succedano ancora, a volte mi sembra che nessuno mi abbia mai guardato, mai conosciuto, tranne la ragazza sulle rive del fiume rosso”.

Monday, September 29, 2008

Rock'n'roll Star

Il luogo è la discoteca più “in” di Milano. Anzi no: la discoteca per antonomasia. Qui ci viene nei weekend direttamente da Los Angeles Robert De Niro, a “cuccare” senza paura di finire nelle colonne di gossip americane. Qui ci vengono, dopo i loro concerti milanesi, star come Prince. Qui ci bazzicano i calciatori delle squadre rossonereazzure (a proposito: Mourinho, ma vaffanculo, ci hai fatti giocare per 60 minuti in nove) e le top model si sprecano.
Non ci mettevo piede da quasi vent’anni e devo dire che è rimasta un cesso come lo era vent’anni fa. Almeno i muri potevano rifarli. A proposito di cesso: vado, in quello dei maschietti, e dentro vedo una ragazza. Che cazzo. Esco e controllo sulla porta il simbolo: è quello degli ometti. Rientro è lei è sempre lì. Mi accorgo finalmente che davanti alla fila dei lavabo c’è uno vetro enorme e lei, la ragazza, è nel bagno delle donne – separato dal nostro appunto da un vetro. Bella mossa: il gabinetto è a dieci centimetri e immagino quanti storditi di alcol (e quant’altro) escano dal bagno con la patta dei pantaloni aperta mettendosi a posto il coso e si trovino davanti una fila di girls che si lavano le mani. Ah, la trasgressione…

Vabbé sono qui per ché deve arrivare Noel Gallagher a presentare il nuovo disco degli Oasis e non me lo voglio perdere. Sì gli Oasis mi piacciono un casino, hanno scritto un sacco di ottime canzoni e da quando hanno preso Zak Starkey (figlio di Ringo) alla batteria, dal vivo sono fantastici. E poi mi piace il loro modo di fare da eterni cazzoni. Entro e naturalmente mi dicono che ci sarà al suo posto Liam. Meglio, penso, il cantante è troppo figo, se ci va di culo poi qualcuno dei giornalisti gli fa una domanda idiota e si finisce in rissa.
Per dire il livello della stampa italiana: qualche anno fa Noel Gallagher si presenta a Radio RTL. Il dj di turno sciorina il suo repertorio da bravo dj e finalmente lo presenta: “Signore signori, in esclusiva qui a RTL… LIAM GALLAGHER!”. Il buon Noel con lo sguardo allibito giustamente sciorinò un rosario di "fuck off” (la scena si vede nel bel dvd Lord Don't Slow Me Down).
L’ambientazione oggi è delle migliori, d’altri tempi - c'è ache un ricco buffet, azz non lo vedevo da anni -, in questo periodo di vacche magre dove un musicista anglo-americano lo raggiungi al massimo al telefono perché le case discografiche hanno finito i soldi per pagare loro il biglietto aereo. Saremo una trentina di “journos” e una decina di fotografi che appena Liam entra fanno il classico muro da paparazzi e scattano da impazzire.
Il Gallagher cantante è estremamente cool, dal modo rilassato e amichevole che ha di rispondere si capisce che ha smesso di sniffare cocaina. Non si incazza neanche quando il solito buontempone gli chiede “Se non ci fossero stati Beatles, ci sarebbero stati gli Oasis?” (“risposta: “Ci hanno influenzato di più i Sex Pistols”).
Ma non ha perso il suo sense of humor: “Il panorama musicale inglese non mi entusiasma. Non vedo grandissimi nuovi nomi. I Coldplay? Sembrano Sting. Rimane gente come Paul Weller e Primal Scream ai quali va il mio incondizionato appoggio. Se c’è un nome da segnalare tra i nuovi direi i Kasabian”.
E poi: “C’è una bella differenza tra musica rock e rock’n’roll e noi siamo completamente rock’n’roll. Come vedete indossiamo giacche di pelle e occhiali da sole e tutto il resto”.
Faccio anche io la mia brava domanda prima che dilaghino minchiate sul calcio (“Il Manchester City conquisterà il mondo, vedrete. Altrimenti faremo in modo di comprarcelo”) anzi due, poi la press conference finisce. I colleghi si fiondano a farsi firmare autografi (la scusa è sempre quella: è per la fidanzata, no è per la mamma, è per mia sorella..). Io aspetto che ci sia un po’ di respiro, lo avvicino e gli do un bel cinque a cui lui non si sottrae: “Hey man, you are the coolest guy in the world” (sì lo penso davvero, magari non il più coolest ma il secondo o terzo). Lui mi guarda, mi punta il dito sul petto e dice: “No, you are”.
È la working class filosofia che conoscevo, ma non mi aspettavo: non è quella sul palco la rock star, sei tu.
God bless you Liam.

Wednesday, September 24, 2008

Nel Mississippi. Un giorno di troppo

Only one thing I did wrong
Stayed in Mississippi a day too long


“È la canzone più triste, ma anche la più coraggiosa, che abbia mai sentito”. Così mi scriveva qualche giorno fa un amico inglese, raccontandomi di aver ascoltato, saputa la notizia della grave malattia di un suo conoscente, a lungo la nuova versione di Mississippi (incisa originariamente durante le session del disco Time Out Of Mind, nei primi mesi del 1997)che uscirà sul BS 8 il prossimo 3 ottobre.
Quello di “canzone coraggiosa” è un sentimento che Mississippi, già nella splendida versione che apparve su Love & Theft, aveva sempre ispirato anche a me. Non so bene perché. C’è un senso di stoicità, quello di un uomo che guarda facendosi forza in faccia le avversità che lo colpiscono, che ho sempre percepito uscire da quel brano, forse per il modo veemente con cui Dylan la esegue appunto nella versione di L&T. È un urlo strozzato in gola quello che si sente durante momenti come “Got nothing for you, I had nothing before, don’t even have anything for myseeeeelf anymore” oppure “Last night I knew you, tonight I doooon’t!”.
L’immagine che affiora alla mente è quella di un uomo abbandonato da tutti, pure da Dio, e che non ha più nulla da offrire. Un uomo sulle cui tracce potrebbe esserci un demonio, per citare Robert Johnson.
E non dimentichiamoci un verso che Nostradamus avrebbe pagato per scrivere lui, in una canzone messa nei negozi l’11 settembre 2001: “Sky full of fire, pain pourin’ down”. Come non pensare alle Torri Gemelle in fiamme e a quei corpi disgraziati che da esse volavano giù, carichi di straziante dolore?

La versione che si ascolta grazie a questa outtake cambia – apparentemente – le carte in tavola. Non c’è più la banda di fieri accompagnatori che tracimano note furiose cercando di incalzare il cantante: l’immagine che Greil Marcus diede dei musicisti di The Band intenti a eseguire il brano Baby Please Don’t Do It è quanto mai calzante anche questa volta: ascolti Charlie Sexton, Larry Campbell e soci e ti sembra di vedere un gruppo di soldati ribelli malconci che vanno coraggiosamente verso il nemico, consapevoli che hanno a disposizione una sola opzione: la morte sicura.
Ci sono solo Dylan e Daniel Lanois seduti uno di fronte all’altro, questa volta. Il primo imbraccia una chitarra acustica, il secondo una elettrica. Si sente distintamente il piede di Dylan battere sul pavimento per tenere il tempo. Stanno suonando un tempo di blues, deciso e inquietante. L’immagine, adesso, è quella di Robert Johnson seduto che guarda il muro mentre incide le sue canzoni. I soldati sono andati via, o devono ancora arrivare. La guerra non è ancora scoppiata.
Se il tempo è quello di un blues (e ben si adatta a un demonio che si fa pressante, sulle tracce del protagonista), la melodia che il cantante esegue è la medesima della versione che inciderà quattro anni dopo, anche le parole sono le stesse. Dagli evidenti errori nelle parti di chitarra si desume che questa registrazione è una prova, delle tante che si fanno in studio, per immaginare poi come suonarla con la band. Da come la canta Dylan, magnificamente, senza esitazione alcuna, è invece evidente che per il cantante il pezzo è già definitivo: a differenza della sua incurabile mania di riscrivere le sue canzoni registrazione dopo registrazione, Dylan non toccherà la melodia, il tempo, neanche un verso, nei successivi quattro anni. Lui sa che va bene così.
E di cosa canta, in queste session del 1997, Bob Dylan, in quello che è definitivamente uno dei suoi capolavori assoluti di tutti i tempi, uno di quei “masterpiece” che sembrava avesse dipinto solo negli anni 60 e in qualche sparuta occasione nei 70? Ascoltatelo come modella le parole durante i versi conclusivi, “nothing you can sell me, I’ll see you arOOound”, con l’intonazione da consumato esecutore di Appalachian ballads, la stessa passionalità che aveva messo qualche anno prima nelle incisioni dei due dischi di vecchi traditional Good as I been to you e World gone Wrog. Solo che questa volta la canzone è sua, ma non fa differenza. “Se non hai quel tipo di fondamenta, se non sei ancorato nella tradizione, non andrai da nessuna parte” aveva detto una volta. Ed è così. Questa Mississippi è antica come i canti della Carter Family, ancora di più. Questa Mississippi è di una tristezza infinita, ma anche di una commozione insostenibile. Per chi sta cantando Bob Dylan?
Lui ha detto che il pezzo ha a che fare con la Carta costituzionale degli Stati Uniti, con la dichiarazione di indipendenza e con i diritti civili (nel Mississippi, negli anni 60, si svolsero le più accese battaglie per i diritti dei neri, vedi anche il bel film Mississippi Burning); Lanois probabilmente la sentiva una dichiarazione a una donna, visto che gli chiese di inciderne una versione “più sexy”, al che Dylan lo mandò a cagare decidendo di tenere fuori questo capolavoro dal disco finito. Su Internet una volta ho letto che il protagonista del brano potrebbe essere uno schiavo di metà dell’800 che sta scappando verso la libertà, il nord, e in effetti se letto da questo punto di vista, il testo di Mississppi sembra adattarsi quasi a perfezione, inclusa l’immagine dei compagni che erano salpati sul mare insieme al protagonista, che potrebbero essere schiavi strappati via dall’Africa. E il nero che si racconta, che sogna Rosie, che vorrebbe essere nel letto di Rosie, magari è uno schiavo che ha avuto l’ardire di flirtare con un donna bianca e, condannato a morte e liberato magari da lei stessa, sta cercando di scappare al “diavolo che è nel cortile”. Immagini calzanti, se ci pensate bene. La desolazione che emerge da questa versione del 1997 può essere solo la voce di un condannato a morte.
Ma poi chi può dirlo veramente?

“Ciascuno dei dischi che ho fatto è emanato dal panorama complessivo di ciò che rappresenta l’America per me” ha detto Dylan in una intervista relativa proprio al disco L&T. “L’America per me è una marea montante che solleva tutte le navi, e non ho mai davvero cercato ispirazione in altri tipi di musica”. Mississippi è la conferma che Bob Dylan è stato la più grande voce del suo Paese, almeno dai tempi di Walt Whitman, e ancora non si vede un erede adeguato. In migliaia ci hanno provato, ma nessuno ha raggiunto le vette su cui Dylan si è seduto per scrivere un brano come questo.
Non resta che mettere questa versione del brano in repeat e ascoltarla fino allo sfinimento. Prima o poi, magari, ci svelerà il suo segreto.

Sangue nei solchi del cuore

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