Caro amico/aVorrei cominciare citando una frase che ho sentito una volta da un amico americano. Andava di moda nella San Francisco hippie degli anni 60. Detta in inglese suona meglio (“May the baby Jesus shut your mouth and open your mind”), ma va bene anche in italiano: “Possa il bambin Gesù chiuderti la bocca e aprirti la mente”.
Vedi, dalle cose che mi dici mi sembra di capire che tu appartenga a una generazione che crede che una certa cosa sia giusta solo perché qualcuno crede sia così, nonostante i fatti o altre indicazioni della realtà possano suggerire.
Quello che mi dici di Elvis Presley (che non si scriveva le canzoni che cantava, che è morto perché mangiava troppi cheeseburgers etc) mi fa capire che ti manca la capacità di capire il contesto in cui una data persona si trovi o si sia trovata ad agire.
Mi sembra anche che tu appartenga a una generazione che ha delle aspettative sempre minori rispetto al concetto di “grandezza”. La tua è una generazione che ha fatto sì che si perdesse il concetto del significato della parola “capolavoro”. Tu e i tuoi coetanei volete disperatamente che qualcosa o qualcuno di grande sia venuto fuori dalla vostra generazione. Ed ecco la tua lista di “grandi “artisti e “grandi” dischi.
Sai quello che diceva Duke Ellington quando parlava di musica, vero? Anche questa suona meglio in inglese (“It don’t mean a thing if it ain’t got that swing”), “non significa nulla se non ha il senso dello swing”. Parlava di musica, ma io e te sappiamo che si riferiva a qualcosa di più, alla vita intera. La musica che ascolti tu non ha swing. E credo anche la tua vita. Non dico che tu non possa ascoltarla, o pensare che sia buona musica. Sei libero di farlo. Ma non cercare di convincermi che lo sia. Gli manca quel “qualcosa dentro qualcosa”, quella cosa che Jack Kerouac andava cercando per le strade d’America, ad esempio.
“Were are you gone Joe Di Maggio, a nation is turning his lonely eyes to you”: è probabilmente il più grande verso mai contenuto in una canzone rock. Sai perché? No? Non sai nemmeno che canzone è? Ok, ripassa fra 4 o 5 anni.
Oggi quelli che fanno dischi e scrivono canzoni hanno imparato la lezione. E che cavolo, con 50 anni di grandi dischi dietro le spalle, anche un cretino saprebbe prendere un po’ di qua e un po’ di là, frullare tutto e oplà il gioco è fatto. Ti sei mai chiesto però, amico, come mai nessuno oggi scrive più grandi canzoni? Quelle che segnano una vita, quelle che restano, quelle a cui torni sempre. Chieditelo. Forse è il modo in cui abbiamo ridotto il mondo che ci circonda, ma io creda dipenda dal fatto che tu e i tuoi amici non siate più interessati all’idea di “bellezza”. Fare i “trasgressivi” è molto più facile e alla moda.
Un altro problema della tua generazione è che fate fatica a concentrarvi su qualcosa per più di dieci minuti. Troppa televisione. Troppi videogames. Troppi cellulari. Spesso mi accusi di vivere nel passato, di ascoltare solo musica degli anni 60 e dei 70, due decadi sopravvalutate.
Be’ amico, come può una decade che ha avuto i Beatles e l’altra i Clash essere sopravvalutata? Pensaci amico. Se io aspiro alla grandezza e alla bellezza su che cosa è che voglio misurarmi? È semplice: il meglio. Con coloro che sono riconosciuti come i grandi. È ingiusto? Forse, ma la vita spesso lo è. La vita stessa è tropo grande per le nostre piccole capacità di misurarla. Un’ultima cosa: i Beatles non erano esattamente una “band” quando divennero famosi. Erano un “gruppo”. C’è molta differenza fra una band e un gruppo. I Grateful Dead o la Allman Brothers Band, specie agli inizi, erano delle band. Facevano musica. E questa, può piacere o meno, a seconda dei gusti. Poi anche loro però, come quasi tutti quelli di quei tempi là, sono diventati dei gruppi. Ma i Beatles erano davvero un gruppo, e un gruppo di amici: scrivevano “canzoni”. Non dirmi che i Coldplay sono un gruppo rock o che i Radiohead scrivono canzoni.
Ma ti voglio bene e sarò sempre a tua disposizione, solo non chiedermi di imprestarti i miei dischi.
































